Ignorante con Stile
Ironia: vaccino senza controindicazioni

Rischiare la vita per dei versi. Accade.


Due settimane fa ho partecipato a una manifestazione a Torino. Era parte di un’iniziativa globale lanciata dal Festival Internazionale della Letteratura di Berlino, qui promossa dall’UAAR e dall’Associazione Radicale “Adelaide Aglietta”, che sui temi etici e di sensibilizzazione sociale sono sempre in prima linea, con quell’approccio laico che non puoi non ammirare. Era a sostegno di Ashraf Fayadh, un poeta arabo accusato di aver offeso la religione. A causa dei suoi scritti è rinchiuso nelle patrie galere dell’Arabia Saudita, e lì sta attendo la sentenza per la pena capitale.

Un poeta condannato a morte. Son soddisfazioni… vivere all’estero!

Per delle frasi ritenute blasfeme.

Penso a quante vengano quotidianamente partorite nel nostro Occidente, del genere irriguardoso, cinico, sprezzante. In forma scritta o orale.

Solo l’altro ieri – sabato scorso – a margine del Family Day, il vicepresidente del Senato on. Gasparri ha sfornato una delle sue consuete chicche, arricchite dalla carità fraterna che animava il contesto:

«Questo è il Family Day, non l’Handicappato Day».

Poesia pura… perfino con rima baciata. E l’osculum deve averglielo dato Erato, perché la concisa composizione è pregna di sentimento amoroso.

Comunque, a parte la digressione poetica del novello Vater, in generale è un piacere incrociare per le strade europee la Libertà, che passeggia a braccetto con l’Uguaglianza e la Fraternità.

Però, che questa Libertà di esprimersi con i versi da noi goda di uno status privilegiato, viene un po’ da dubitare. A parer mio esiste, certo, ma in una zona franca, una sorta di dimenticatoio, perché dei poeti e di ciò che scrivono – sostanzialmente – non importa alcunché a quasi nessuno. Chi li conosce e li segue è un numero tanto esiguo da non far tremare il potere: non si possono nemmeno computare, come fa la Chiesa con i battezzati per usarli come strategia di pressione. Alla massa, di contro, i versi sono utili da aforismi, incollati sui social per darsi un tono, magari senza neppure capirne il significato. I più arditi se li fanno tatuare sulla schiena.

Così, verrebbe da pensare che un poeta, per essere letto e accettato come tale, dovrebbe andare a comporre in taluni paesi arabi. Almeno lì c’è uno Stato che non sorvola su ciò che si scrive. Certo… con le conseguenze drammatiche del caso, però.

Ashraf Fayad, nei primi versi di una sua poesia, ha scritto:

Ignorerò l’odore del fango, il rimprovero della pioggia e il tormento che da lungo tempo dimora nel mio petto. Cercherò un giusto conforto per la mia situazione che non mi permette di descrivere le tue labbra come desidero, non mi permette di far cadere gocce di rugiada sui tuoi petali rossastri, né placa l’enorme smania che mi tormenta quando comprendo che non sei al mio fianco, ora, e che non ci sarai neppure quando dovrò spiegare la mia condizione al silenzio… quel silenzio con cui la notte, sempre, mi punisce! Dimostrami che la terra è silenziosa così come appare da lontano, e che tutto ciò che è accaduto tra noi non era altro che uno sgradevole imprevisto; no, non è possibile sia questa la conclusione! …

da I baffi di Frida Kahlo, traduzione dall’arabo di Silvia Moresi.

che mi fa affiorare nella mente un’analogia tra la poesia e la vita di coloro che son tormentati e ansiosi di trovar conforto tra le braccia di chi si ama.

Con buona pace del Family Day e degli integralisti di ogni latitudine e fede.

Fotografie di Daniele Degiorgis


L’immagine in apertura è tratta da http://www.amnesty.it/Una-poesia-per-Ashraf-Fayadh
Per ulteriori informazioni: Freedom for Ashraf

 


 

 

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