Ignorante con Stile
La realtà non supera la fantasia. Quasi mai, perlomeno.

Riuscite a dormire… la notte?


Chiedo per pura curiosità, a titolo del tutto personale. Peraltro non intendo sviscerare le comuni cause che disturbano il sonno dei giusti: le zanzare, il caldo, il mutuo, le riforme di Renzi. Il dilemma non è neppure rivolto all’universo mondo bensì a un gruppo ristretto. Più precisamente a coloro che nelle stanze dei bottoni detengono anche il potere di elargire contributi. Idraulici sui generis, lattonieri atipici, unici in grado di aprire – o di chiudere – il rubinetto dei soldi destinati, per esempio, ad attività culturali di associazioni, tanto per dire, ecco.

È una domanda retorica. Nessuno risponderà direttamente e, men che meno, penserà d’essere il destinatario del quesito. L’insonnia, in questa circostanza, è sempre d’altri. O proprio non sussiste. Chi di dovere dorme tranquillo, sereno come un pargoletto che dopo la poppata sprofonda serafico nel cuscino e succhia placidamente il pollice, il ciuccio, oppure quanto la natura o la sorte saprà offrire.

Mi è venuta in mente dopo quattro giorni passati in tenda, in montagna, al Campeggio resistente: un evento capace di attrarre parecchi giovani e di radunarli insieme per ascoltare, discutere, divertirsi, socializzare. Per la verità non è l’unica domanda né la sola suggestione che ho vissuto lassù, ma questa è nata da una contingenza concreta. Gli organizzatori – da quanto mi è parso di capire sfrondando in parte il loro comprensibile pudore – hanno fatto di tutto per evitare che saltasse l’edizione di quest’anno. Pochi mesi prima di programmarla pare si siano ritrovati nel forziere un tesoro con cui, al massimo, avrebbero offerto un caffè consolatorio a chi solidarizzava con la causa. Nulla in più, manco la proverbiale sigaretta a seguire dopo il piacere contro natura scaturito dal diniego di contributi. Cavilli, distinguo preteschi, promesse da marinaio hanno accompagnato la mancata elargizione, più o meno con la stessa affabilità con la quale si risponde sorridendo a un venditore di rose quando s’avvicina al tavolo, in pizzeria. La forma, insomma, ha la sua importanza in provincia: è una questione di principio.

Lubrificante etichetta di cortesia, buona per ogni occasione.

Loro, i baldi giovani, testardi e caparbi, non si sono arresi e le hanno pensate tutte pur di garantire l’ottava edizione. Si sono perfino autotassati.

Una trentina, instancabili e infaticabili, a servire pasti, a vendere magliette e libri, a presentare relatori, dal mattino alla sera. Quando ho avvicinato il brunetto con un’aria da bravo ragazzo – che farebbe l’orgoglio di ogni mamma e la gioia delle proprie figliole – aveva finito da poco di somministrare i caffè della colazione; stava ritto in piedi reggendo, da una parte, un secchiello e dei sacchi, dall’altra uno spazzolone: era diretto alle latrine, per pulirle. Un’attività stimolante alternativa, in vacanza, allo studio di Scienze Politiche. Con un sorriso a trentadue denti e una disponibilità disarmante mi ha dedicato un po’ del suo tempo, procrastinando le prevedibili soddisfazioni in arrivo di lì a poco.

Più tardi ho assistito, per pura casualità, al cambio dei fusti di birra. Non si può pretendere che degli universitari abbiano dimestichezza in merito, e così, al momento della sostituzione, c’è stato un accavallarsi di volenterosi, armati delle migliori intenzioni ma palesemente impacciati, che offrivano nolenti un siparietto a suo modo esilarante. Emuli, loro malgrado, del bellissimo spettacolo d’improvvisazione del Teatrosequenza nella serata d’apertura. Ma al di là del sorriso spontaneo – e dell’ovvia solidarietà – mi dispiacevo per loro, perché gli era sottratta l’opportunità di seguire incontri, magari proposti o caldeggiati proprio dagli stessi in sede di programma, a causa d’incombenze più prosaiche però inderogabili.

Soprattutto mi colpiva lo sguardo quasi imbarazzato dei più giovani allorché, di sera, passavano tra i tavoli per chiedere di non utilizzare bevande esterne, ma di consumare quelle proposte dal Campeggio. L’esigenza di “far cassa” per riuscire a pareggiare con le tante spese entrava in conflitto con lo spirito di libertà che fino all’anno prima aveva contraddistinto il Campeggio. Può sembrare un’inezia, se si osserva con superficialità. Ma proviamo a metterci nei panni di un ragazzo che, con coloro che stanno cenando, condivide la tenda, le abitudini e gli stili di vita. Immaginiamocelo indossare i panni del censore, ben consapevole del sacrificio che sta domandando ai suoi coetanei, amici che spesso si portano del proprio perché non possono permettersi di pagare più dello stretto necessario.

La gratuità del Campeggio per gli ospiti è nota ma non si può pretendere che sia tale anche da parte dei fornitori verso gli organizzatori, quindi a un compromesso toccava pur scendere.

Ho però trovato profondamente ingiusto che a condizionare il contesto esterno fosse lo sterco del diavolo. Lì, incombente e pressante, a ricordare a tutti il suo potere, la sua capacità d’insinuarsi addirittura nella buona volontà e nelle migliori intenzioni degli organizzatori.

Eppure si poteva evitare. Si poteva consentire di vivere con serenità queste giornate, se soltanto qualcuno che conta, qualcuno che può… avesse scelto d’investire su di loro. Capisco che nell’elargire delle somme venga valutato il ritorno d’immagine, sopra i piatti della bilancia – che, per inciso, non è quella della giustizia – e un Campeggio resistente di giovani in tenda, che pensano, riflettono e si confrontano sia un azzardo. Una scommessa rischiosa: capitasse mai che gli restasse qualcosa in mente di quanto sentito… non oso immaginare la portata della rivoluzione che seguirebbe… non voglio neppure prefigurarla. Sicuro.

Siccome da diversi giorni il buongiorno me lo dava il gallo, non ho mandato a memoria la quotidiana riflessione gramelliniana che ogni rispettabile borghese dovrebbe interiorizzare, appena alzatosi dal letto. Dunque, purtroppo, so di non riuscire a toccare le corde del cuore di chi conta come ben farebbe lui, appellandosi alla salvaguardia della “meglio gioventù” che anziché languire sulle spiagge, rosolarsi al sole depilata e impomatata, arrotolarsi i risvoltini dei pantaloni… affronta discussioni e incontri. Posso però dire, essendone stato testimone diretto, che giovani tanto ammodo non li ho mai visti: son stati perfino gentili con Taddei… neppure una pernacchia! Uno dei primi incontri infatti si è aperto con una discussione sul Jobs Act, e gli organizzatori hanno avuto il buon gusto di non invitare soltanto un esponente della Sinistra – Giorgio Airaudo –  in qualità di conoscitore del mondo del lavoro e, addirittura, dei lavoratori stessi, ma hanno coinvolto pure l’esperto del Jobs Act e, per non creare un antagonismo esageratamente marcato, hanno affidato la prolusione d’apertura a una parlamentare del PD, Chiara Gribaudo, che ben conosceva lo spirito e l’anima del Campeggio. Più equilibrio di così! Certo, mi si farà presente che i giovani non potevano che essere riconoscenti a Taddei, ai renziani e ad Augusto Ottaviano princeps perché grazie al Jobs Act adesso l’unica difficoltà consisterà nella scelta tra le mille e mille professioni, in ragione delle inconfutabili opportunità, delle certe garanzie, delle ferree tutele avviate con la riforma copernicana del lavoro. Io invece credevo che l’ingratitudine delle nuove generazioni avesse il sopravvento. Al contrario, la loro pacata surreale eterea reazione mi ha sonoramente smentito.

Gli organizzatori hanno avuto pure il tatto – giusto per citare l’incontro di chiusura – di non invitare esponenti delle Destre estremiste come contraddittorio sul tema dei migranti. Davvero carini a risparmiare i loro esponenti dall’imbarazzo dinnanzi alla storia vissuta di Abdullahi Ahmed, e agli interventi di Luisella Lamberti, pasionaria verace e attiva dei diritti umani. Già, il giovane somalo, cittadino onorario di Settimo Torinese, con il cuore in mano ci raccontava che il minimo che potesse fare era di mettersi a disposizione della collettività, perché da questa ha ricevuto tanto e quindi, adesso, gli pare giusto restituire.

Parlava ai ragazzi del Campeggio resistente, che ben sanno cosa significhi ricevere – o non ricevere – ma soprattutto dare. Al punto che, dopo giornate così intense, si entrava in tenda e ci si addormentava come angioletti. Insomma, non saprebbero cosa rispondermi intorno all’insonnia.

Loro.

 


 

 

L’immagine è di JAKE BADDELEY, L’imperatore, da “I tarocchi”, olio su tela,
cfr. https://www.pinterest.com/pin/7107311885622808/
Per maggiori info sull’artista: http://www.jakebaddeley.com/
Ti è piaciuto l'articolo? Puoi condividerlo:
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: