Ignorante con Stile
Ironia: vaccino senza controindicazioni

Serietà. Non è obbligatoria.


«Il tuo blog per essere autorevole dovrebbe avere solo articoli seri». Aveva esordito così, ad un certo punto della conversazione, l’amico con il quale bevevo un caffè in compagnia.
Lo guardavo un po’ perplesso.
«Sicuro» – continuò lui – «… se prima scrivi un articolo impegnato e dopo uno più leggero… non sarà mai un riferimento per chi cerca riflessioni di un certo livello».
Percepivo la sua sincerità: erano suggerimenti dettati dalle migliori intenzioni. Lo so che ha stima di me. Perfino più del dovuto. Però, nonostante io annuissi con la testa, lui intuiva la mia titubanza. Un po’ come il venditore che ti consiglia un prodotto forse migliore di quello che hai posato sul bancone, che però t’ispira di più. Lui, il negoziante, ci metta l’anima per convincerti dell’altra opzione, e non desiste, anche se a pelle sente che non cambierai idea.
«Beh… scusa, ma perché mai dovrei impostare il blog sull’impegnato? A parte che ce ne sono in giro, pure di molto ben fatti; poi… significherebbe tagliare fuori una fetta di lettori ai quali sono molto affezionato, che mi seguono per il piacere di leggere, senza doversi arrovellare le sinapsi intorno a ragionamenti faticosi. E a scrivere in questo modo anch’io mi diverto».
«Perché altrimenti non sei né carne né pesce. Senza offesa, neh. Resti uno che dice la sua. Non fraintendermi, la dici pure bene. Ma… ma se fai il salto di qualità, hai un’autorevolezza maggiore, ecco».
Mi scrutava. Temeva d’aver urtato il mio orgoglio. Sorridevo, per tranquillizzarlo:
Da quando ho smesso di prendermi troppo sul serio, vivo decisamente meglio Condividi il Tweet

«È una battuta, la tua. Tu sei serio dentro e cerchi solo di mascherarlo».
«Un conto è la serietà, un altro è la seriosità. Voglio dire… la serietà ce la portiamo appresso. Non è che la perdi come i capelli. Ce l’hai… te la tieni. Cerchi di conviverci, insomma. Piuttosto provi a sdrammatizzarla, come la calvizie, appunto. In questo senso dico che vivo meglio».
Lui a quel punto aveva aperto le braccia, in segno di resa, e mentre stendeva la schiena sulla sedia:
«Fai tu! Ti ho detto come la penso. Poi… tocca a te valutare».
Gli avevo di nuovo sorriso, sotto i baffi:
«Mi toccherebbe perfino cambiare nome e motto al blog. L’attuale è pensato proprio per riderci sopra!».
«Hai pure la barba, da filosofo. È a onde, come quella dei busti antichi. Sì, hai presente, no? Quella dei sapientoni…».
Ne uscì una risata liberatoria. Per fortuna. Mi stavo corrucciando, perché in fondo in fondo mi dava fastidio: avrei fatto scelte assai differenti nella vita, se non avessi preso tutto con troppa serietà fin da ragazzino.

Ci sono esperienze che mi son perso e che non mi sarà ridata occasione di rivivere.
Spesso mi ha creato il vuoto intorno: la serietà scava un solco tra te e gli altri. Anche se fai di tutto per tenerla a bada, finisce sempre per emergere e per porsi come una barriera, un filtro, un ostacolo.

Quello che per te è un approccio alla vita per molti appare presunzione di superiorità o di preminenza morale. Non stanno così le cose, ma vallo a spiegare a chi ti circonda.

Basta provare a prendere seriamente un rapporto d’amicizia: di lì a poco ti ritrovi nei panni dell’eremita.
Ecco perché faccio il possibile per vivere la vita con più leggerezza: non è facile ma è un modo per esorcizzarla, per confinarla all’ambiente lavorativo, ai doveri inevitabili, alle sole questioni che la richiedono.
Da adolescente ero così serio che non mancava occasione di sentirmi chiedere dai superiori il motivo. Ero arrivato al punto di abbozzare un sorriso di circostanza non appena scorgevo la sagoma di un prete arrivare nei lunghi corridoi o nei cortili del collegio, pur di evitare il consueto interrogatorio.

Con il tempo abbandonai almeno la seriosità, e già fu una gran conquista. Ma la serietà – quella – resta incarnata dentro.
Magari un domani, nella vecchiaia – posto che mai ci arrivi – evolverà in gravitas, ad incarnare il vegliardo austero e composto, se non sarà la dementia senex ad avere la meglio, sebbene ci sia chi me la diagnostica tutt’oggi.

Serietà come sinonimo di saggezza, che è un binomio per nulla scontato.
Ad ogni modo preferirei di gran lunga essere il vecchietto capace di sdrammatizzare gli accidenti della vita a favore di leggiadre risate. E in ciò vedo pure il giusto connubio con la saggezza. Dopotutto, a quell’età, poco importerà se il riso squassa il corpo, deforma i lineamenti del viso, rende l’uomo simile alla scimmia*.

Per il momento quindi mi tocca fare esercizio, e questo blog è per me un’ottima palestra.
Almeno che qualcuno pretenda la svolta, ma – siamo seri – a chi verrebbe in mente?


*ECO, UMBERTO, Il nome della rosa, Bompiani, Milano 1994, p. 138.
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