Ignorante con Stile
Ironia: vaccino senza controindicazioni

Si può vivere bene nelle città anche senza movida


La movida, termine importato dall’estero, non italiano, e quindi di questi tempi deprecabile in sé, è una condizione più che tutto mentale.

C’è chi pensa che una folla per le strade di una città, in tarda serata, a bere ed ascoltare musica sia il massimo del divertimento. Non ho idea se corrisponda al vero, perché esperienze simili dalle mie parti le ho vissute così tanti anni fa da non averne più un ricordo vivido e oggettivo.

In maniera vaga e fumosa mi sembra di rammentare che trovarsi insieme; rivedere amici persi di vista; farsi due risate e una bevuta in compagnia non fossero attività poi così disgustose.

Chi suonava o chi metteva musica fuori dai locali riusciva perfino a sintonizzare i brani con l’atmosfera di festa e… insomma… il ritmo ti entrava dentro, sollecitando una maggior disinvoltura con gli altri.

Non mi pare che, rincasando, scuotessi la testa ripromettendomi di mai e poi mai partecipare ancora a eventi simili, come invece mi è accaduto assistendo a talune campagne elettorali.

Però – ribadisco – il ricordo è offuscato dalla coltre del tempo, quasi come l’impagabile esperienza della Prima Comunione o l’angosciante primo bacio.

L’ultima cosa che vorrei è riportare alla luce “un passato che fu”, con l’immancabile frase: «allora… sì… era proprio bello!»: la sindrome del “quando c’era LVI”.

Peggio: l’atteggiamento dei passatisti che malinconicamente rievocano la Repubblica.

movida

La movida non è tutto nella vita

Ringrazio gli dei che non debba spiegare a mia figlia cosa sia la movida, perché le basta prendere la macchina e farsi i suoi bei chilometri per scoprirlo da sola.

È meritorio concedere ad altre città d’incassare quanto sarebbe finito nella propria: in un mondo egocentrico è un esempio di altruismo ammirevole.

Se la pargola non buttasse via un po’ di benzina avrei qualche imbarazzo ad attingere ad esempi concreti. Mica come con altri termini: razzismo, intolleranza, ignoranza… per i quali è sufficiente guardarsi intorno per risponderle: «ecco… è questo!».

I miei nipotini son più fortunati: sono giovanissimi e non hanno vissuto questa condizione. Ignari, nulla ne sanno, e dunque non sentiranno mai l’esigenza di sperimentare cosa fosse la movida.

Cresceranno felici e contenti, credendo che la festa patronale sia il massimo del divertimento che una città possa permettersi.

Inoltre godono del vantaggio di relazionarsi con adulti riposati, dai nervi distesi e ben disposti verso l’umanità. Uno stato d’animo che la movida minava profondamente.

All’epoca infatti moltissimi diventavano intolleranti e irritati perché quella rovinava loro il sonno, con conseguenze nefaste sull’armonia collettiva.

Ora, al contrario, la distensione e la pacatezza inebriano l’aria come il profumo di un roseto in fiore.

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Come evitare ripensamenti sulla movida

Può accadere: di nostalgici è pieno il mondo.

Ringraziando ancora una volta gli dei, c’è un modo semplice e alla portata di tutti per ovviare al ritorno della movida intesa come un’esigenza sentita e necessaria dai soliti giacobini, sanculotti e rivoltosi.

Perché – attenzione – c’è pure l’imitazione, spacciata per originale soltanto perché si chiude al traffico un vicolo e suonano le campane.

Ebbene: è più che sufficiente non viaggiare.

Basta evitare caldamente di muoversi dalla propria città.

Restare qui, attaccati al proprio quartiere come una bigotta alla balaustra della chiesa.

Poco a poco l’abitudinarietà farà il resto, senza manco avvedercene.

«Occhio non vede, cuor non duole».

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