Ignorante con Stile
Ironia: vaccino senza controindicazioni

Siete tutti invitati!


Da quando nelle città si addobbano le vie o i negozi con le luminarie natalizie mentre ancora sbocciano i crisantemi davanti alle tombe, come nella solerte Torino, è giocoforza iniziare con un certo anticipo a pensare al Capodanno. Che per me significa sia l’arrivo dell’emicrania per trovare una soluzione dignitosa, in grado di illudermi d’avere una vita sociale, sia, soprattutto, sondare lo stoico distacco su cosa fare in concreto.

Che poi non è vero niente. Non ho vita sociale. Come non è vero che del Capodanno non m’importi nulla e che sarà una sera come un’altra. L’idea di chiudere un anno e d’iniziarne un altro in compagnia delle persone alle quali più tengo mi piace tantissimo. Il problema è che le persone a me care la pensano in un altro modo. E neppure posso dar loro torto: il Capodanno dev’essere divertimento allo stato puro.

La differenza tra un’abbuffata a un pranzo di nozze o a un ritrovo della Caritas quando c’è un papa in visita, e quella a un cenone di san Silvestro è che quest’ultimo fa parte di un evento che deve, per forza, connotarsi come memorabile. È la condizione per decretarne il trionfo. Alla stregua di un funerale indimenticabile: ci vuole impegno, ma se fatto come il Ciel comanda farà parlare di sé. A Roma lo sanno bene.

Certo, pure taluni addii al celibato sono altrettanto indimenticabili, ma di solito a goderne è soprattutto il futuro sposo, non tutti i presenti. A Capodanno invece, oltre a spettatore sei pure attore di quel peculiare genere di successo ritenuto degno di passare ai posteri, come l’Expo.

Or dunque, quest’anno ho ricevuto un invito che ha tutte le caratteristiche per rientrare negli annali: sarò tra i partecipanti al veglione di Capodanno a casa del cardinal Bertone.

Il che significa dimenticare la scocciatura d’apparecchiare per gli amici e di trascorrere i giorni successivi a riordinare, pulire, sistemare, ché è sempre un trauma foriero dei peggiori prognostici per i 360 e passa giorni a venire. Li porto tutti con me, almeno non ci toccherà discutere sui piatti da preparare, come accade allorché si combina in casa, dove nessuno porta mai aragoste, tartufi o lingue di pappagallo ma tutti optano per le lenticchie, con la scusa che “fanno soldi”. Peraltro, se fosse vero adesso sarei il proprietario di un ripostiglio nelle latrine pubbliche in Vaticano.

Prossimamente andrò a scegliermi l’abito idoneo: un attico cardinalizio all’ombra del Cupolone richiede un abbigliamento consono. Pensavo a un vestito lungo in velluto nero – che snellisce – con un risvolto al collo in pelliccia marroncina, di rigore ecologica, visto che un tocco civettuolo non guasta mai e in certi ambienti curiali è apprezzato: gemelli d’oro ai polsi insegnano. Ci aggiungerò un voluminoso basco, nero pure quello per evitare accostamenti azzardati, calato in testa alle ventitre. Un amico sostiene fosse l’ultima moda, mezzo millennio fa: la lanciò un certo Martin, che di cognome faceva Lutero.

Non dubito che il cardinale apprezzerà: un uomo intelligente ama l’ironia, subito dopo la sua Santa Chiesa, s’intende. D’altronde Sua Eminenza è il primo a usarla a piene mani: la sua uscita sui soli 296 metri dell’attico farà scuola.

Il dilemma intorno al cadeau con cui presentarmi al veglione è superato. È noto a tutti quanto sia sgarbato arrivare a mani vuote, ma risulterebbe altrettanto cafonesco non azzeccare il regalo giusto. Sapendo che si tratta di un salesiano, grazie ai miei mai abbastanza rimpianti anni adolescenziali in collegio… ricordo il motto del loro fondatore, che nessuno come lui ha saputo incarnare con esemplare devozione:

« Da mihi animas, caetera tolle».

 – Dammi l’anima e tieniti il resto

Gli dono la mia, son certo gradirà, e farò senz’altro un figurone.

Per giunta, se è vero ciò che si narra, dovrei pure ottenere in cambio l’eterna giovinezza!


 

L’articolo è in riferimento all’evento presente su facebook: Veglione di capodanno a casa del Cardinal Bertone
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