Ignorante con Stile
Ironia: vaccino senza controindicazioni

Soldi, soldi, soldi… una miniera d’oro!


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Da piccolo divoravo i fumetti di Topolino: memorabili i tuffi di Paperon de Paperoni nell’oro del suo deposito. Non avrei mai pensato, decenni e decenni più tardi, che ci fosse un modo assai peculiare per accumulare ricchezza: il business della cultura. Prendiamo la fiera del libro, terminata oggi a Torino. Compiaciuti appagati soddisfatti, i promotori dell’evento hanno dichiarato con sorrisi a trentadue denti, in ogni salsa e in qualsiasi occasione capitata loro a tiro, che la manifestazione è stata un successo per il larghissimo margine di guadagno. Ovviamente è una notizia che fa piacere. La cultura non appaga ma paga. Bene. È una delle più rivoluzionarie scoperte della nostra civiltà contemporanea. Anche nelle epoche antiche l’arte e la letteratura avevano un riscontro non soltanto di godimento estetico o di piacere interiore: si trattava di un ritorno in termini di prestigio, di potere, di successo da parte della committenza, che sborsava cifre considerevoli, senza rientro pecuniario. La produzione artistica o letteraria si piegavano ai voleri dei potenti, o ai programmi politici degli amministratori pubblici, strumentalizzate a loro modo, ma pur sempre a favore di un bilancio in attivo di natura squisitamente immateriale.
Oggi fare cultura è pensare al portafoglio; a quanto proficua potrà rivelarsi l’organizzazione di una mostra, di uno spettacolo teatrale o di una rassegna editoriale. L’altro lato della medaglia è che qualunque proposta culturale potenzialmente inidonea a richiamare una transumanza consistente sarà cassata in partenza: o si riescono ad attirare le locuste della conoscenza o è meglio desistere. Di formiche, poche o tante, che si portino via per se stesse quanto è proposto meglio lasciar perdere. L’impresa non è così facile come sembra: per raggiungere un ampio consenso è necessario calibrare l’evento secondo un target ben preciso. Infatti qualora esso sia troppo elevato si rischia di tagliar fuori una sugosa fetta di consumatori dell’arte o del sapere divulgativi, inficiando il progetto. La rassegna al Lingotto, come ogni fiera che si rispetti, ha colto nel segno perché propone un bene di largo consumo – il libro – di cui non se ne fa uso abituale per evitare dipendenza, che resta ad ogni buon conto un prodotto di grande fascino. Un volume costa pur sempre meno di una borsa griffata o degli occhiali firmati e fa tendenza esporlo tra statuine, vasi e fotografie in casa; lasciarlo in apparente disordine sul tavolino nel salotto; portarselo appresso sottobraccio a spasso, sul treno, in vacanza. In aggiunta, la fiera si nobilita, assurgendo a salone del libro, perché presenta incontri, momenti di confronto, dibattiti con gli autori o – ancor meglio – con personaggi di grido, a quel pubblico che alla calca e alla bulimia del momento, all’euforia per le legature in marocchino con punzonature d’oro zecchino, e alla bramosia per i gadgets, sceglie l’approccio di nicchia: “multi sunt vocati, pauci vero electi”.

Usare la cultura per far cassa è una soluzione davvero felice. Fa la pari con l’utilizzo dell’oro nero: rende, pure tanto. Finché ci saranno giacimenti da sfruttare. Infatti i fruitori della cultura sono coloro che di questa ne han fatto incetta attraverso una scuola adeguata, un’istruzione familiare, l’educazione alla lettura o alla visite museali, una formazione costante. Dinamiche che stiamo superando. Si va a esaurimento riserve: perfino l’università oggidì scende al ribasso e il piano di studi di un tempo non è quello attuale. Ricordo il lamento di un illustre docente a proposito dei testi universitari: le case editrici impongono un numero ridotto di pagine, proporzionato al carico didattico. Se superano il rapporto ore di studio/numero di crediti per l’esame non si stampa né si venderà: ne consegue che un volume approfondito, congruo nei contenuti, non trova mercato. Dunque via libera a edizioni stringate sintetiche concise, a scapito della completezza. Il bagaglio culturale si assottiglia drasticamente. La televisione offre programmi culturali, spesso nelle fasce notturne – un apprezzabile servizio pubblico ai sonnambuli o per chi non deve andare a lavorare – ma sempre più al ribasso perché altrimenti non li vedrebbe nessuno; meglio se misti al sensazionalismo o alle mode del momento. Le riviste a tema sono una rarità. I giornali con approfondimenti critici sono bellamente ignorati. Ciò significa che le nuove generazioni – quelle che non gestiscono ancora un portafoglio… insomma i non paganti – si stanno formando su un livello di gran lunga inferiore rispetto alle precedenti – che possono sborsare gli eurini per i libri e ancor più per tutto il contesto di visita cittadino legato all’evento. Quindi, di qui a qualche decennio, la cultura veicolata subirà inesorabilmente un calo di qualità, sempre che sia ancora capace di tirare pubblico ben più di un carro di buoi. Insomma, per farla breve, diventerà ostico trovare alla fiera del libro case editrici che si strappino di mano i consumatori accaniti di Omero, Cervantes, Shakespeare, Fielding, Manzoni, Dostoevskij o Proust come è accaduto in questi giorni.

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