Ignorante con Stile
La realtà non supera la fantasia. Quasi mai, perlomeno.

Solidarietà


Magari sei lì, in pantofole, sul divano, a guardare la televisione, e a un certo punto lo schermo trasmette immagini di guerra, di un presunto attentato, di un’alluvione, oppure – come questa domenica – di una catastrofe sociale a Bologna. A seconda della sensibilità ciascuno reagisce a suo modo: stupore, paura, commozione, indignazione se del caso. Purtroppo però le vittime di un attentato; chi resta senza casa; pure coloro che si vedono sotto gli occhi sfilare la quintessenza del razzismo, della xenofobia e del disfattismo non hanno alcun giovamento diretto dalla nostra reazione.

Altrettanto accade qui da me: non è che, per le centinaia di operaie e di operai della Michelin in serio pericolo di ritrovarsi senza lavoro, il mio dispiacere muterà in meglio la loro situazione.

Di fronte alle disgrazie si può cambiare canale; si può sospirare; si può perfino ignorarle. Nessuno ci punterà il dito contro, visto che non è colpa nostra per i conflitti bellici; per i disastri della Natura; per il mancato utilizzo di anticoncezionali a suo tempo.

Neppure per le scelte  “strategiche” di una multinazionale.

Così come, a ben vedere, potremmo astenerci dal fare le condoglianze a una vedova, se non abbiamo comunque potuto evitare la morte del marito. Parole di circostanza? Sembrerebbe, perché non saranno le nostre frasi, o l’abbraccio al termine del funerale, a riportarlo in vita.

Eppure c’è una forza, un legame impercettibile, un’energia passionale che distingue una società viva e pulsante da un’aggregazione d’individui cinici, senza calore nel sangue: è la solidarietà.

Solidarietà: o ce l’hai dentro o non te la darà nessuno, nemmeno i soldi, per quanti tu ne possieda.

O la conosci, perché l’hai vissuta sulla tua pelle, o non l’imparerai mai, perché la scorza d’individualismo, di arrivismo e di superficialità sono impenetrabili a questo moto dell’animo.

Solidarizzi da piccino con il compagno d’infanzia che è caduto a terra e piange perché si è sbucciato il ginocchio; con il coetaneo scartato dalla squadra improvvisata per la partita a calcetto; con l’amico in crisi perché è stato mollato per uno più interessante, più figo, più bello; con il tuo sodale di corso bocciato a un esame all’università.

Solidarizzi con chi sta peggio perché in situazioni di disagio ci sei passato pure tu, e sai il significato dell’umiliazione, dell’essere sfottuto, deriso, lasciato. Sai il valore del sacrificio: fare la gavetta, abbassare la testa, confrontarti con chi ha di più e può permettersi una vita che a te non è data. Sai che per coloro che non nascono nella bambagia tutto è da guadagnarsi piano piano, e non sempre è detto che sia definitivo.

Solidarizzi perché adesso stai bene, sei fortunato, sei protetto. Ma domani potresti trovarti in una condizione ben peggiore e allora, d’istinto, fai agli altri ciò che vorresti venisse fatto a te: sentire l’empatia e il calore, sebbene sia tutto ciò che puoi dare.

“Siamo sulla stessa barca” può essere un modo di dire. O una verità. Dipende da come si guarda la vita e il mondo che ci circonda.

Perché un conto è navigare su un mare calmo; un altro quando le nubi minacciose annunciano l’arrivo della tempesta: in questo frangente l’essere uniti fa la differenza.

E in un’ottica di solidarietà, non posso non pensare a Luciano Gallino, scomparso proprio oggi. Lui, il grande sociologo che denunciò la crisi del lavoro e i danni del neoliberismo, e che propose le fabbriche del dissenso, ha scritto:

«Nes­suno è vera­mente scon­fitto

se rie­sce a tenere viva in se stesso l’idea che tutto ciò che è

può essere diver­sa­mente,

e s’ado­pera per essere fedele a tale ideale ».

 

 

 


 

L’immagine è tratta da una vignetta di Art Young (1866-1943), Organizzazione e disorganizzazione.

 

 

 

 

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