Ignorante con Stile
Ironia: vaccino senza controindicazioni

Se son rose fioriranno


Nel pomeriggio di ieri ho preso il treno per Torino. Appena salito abbiamo scoperto – gli altri passeggeri provenienti dalla mia stazione ed io – che una delle porte di collegamento tra un vagone e l’altro non funzionava.

Ce l’ha reso noto un viaggiatore che inveiva a gran voce contro il “sistema”.

Il Masaniello di provincia imprecava, protestava, urlava.

Nell’indifferenza generale, peraltro.

Ormai ho motivo di credere che i cittadini assennati economizzino anche sulla rabbia, tenendo da parte gli sfoghi per occasioni future ben più gravi di un passaggio bloccato.

Tutto subito ho pensato di restare in piedi fino alla fermata successiva; sarei sceso per poi rimontare sulla carrozza antecedente. Mi toccavano dieci minuti d’attesa: era sostenibile.

Dal vetro della porta a spinta ho comunque buttato un occhio sul vagone vicino, e con stupore ho visto dei posti liberi.

Logico quindi entrarvi: mica era scritto da nessuna parte che fosse un obbligo percorrere tutto il treno alla ricerca di un sedile congeniale! Quelli vuoti erano due: uno di fronte all’altro. Gli altri vicini, e così pure i quattro a fianco dall’altro lato del corridoio, erano occupati da ragazzi.

Se ne stavano tranquilli, parlavano tra loro in arabo, talvolta pure in italiano.

Un quarto d’ora prima d’arrivare a Torino si è seduto davanti a me un altro giovane: un venditore di rose. Dai tratti somatici doveva essere cingalese o indiano, comunque orientale; più o meno coetaneo dei presenti. Forse un paio d’anni in più, ma non credo arrivasse ai venti. Poteva avere l’età di mia figlia, pressapoco.

Teneva sulle ginocchia i fiori, raggruppati in un grosso mazzo legato con elastici, avvolto alla bell’e meglio in un foglio di carta.

Uno dei ragazzi gli ha fatto i complimenti, lodando la bellezza delle rose. Ha aggiunto che se avesse avuto una ragazza ne avrebbe comprate alcune. Il venditore ambulante ha accennato un sorriso, appena percettibile.

Un sorriso forzato, coerente con il volto stanco e gli occhi socchiusi. A tratti gli calavano le palpebre e pareva addormentarsi, salvo riaprirle a ogni sobbalzo del treno. Mi guardava, e il viso comunicava con un’eloquenza muta una sorta di disperazione, quasi che quel trovarsi lì seduto fosse un rituale penoso: l’anteprima di un calvario che una volta sceso alla stazione sarebbe proseguito fino a notte inoltrata.

Il via vai per le strade, le pizzerie, i locali.

Chilometri a piedi, al freddo, comprensivi di rifiuti, di dinieghi, di umiliazioni.

A smorzare i pensieri pesanti che mi salivano dentro ha provveduto uno dei ragazzi: con un’euforia ingenua ha additato agli amici il Frecciarossa che stazionava sui binari. Gli altri assecondavano il suo stupore, estasiati dalla linea, dalla lucentezza, dalla siluette del treno ad alta velocità.

Soltanto il venditore di rose è rimasto impassibile, triste e melanconico, dinnanzi a me.

Ma poi…

Una volta uscito dalla stazione mi sono ritrovato di punto in bianco catapultato in un clima prenatalizio del tutto opposto all’atmosfera vissuta durante il viaggio. Pareva addirittura che fossi nella Lapponia delle favole fatte di elfi e folletti indaffarati.

La via pedonale parallela alla principale, che conduce verso il centro della città, era intasata di pedoni, e lo sfavillio delle luci stordiva per quantità e qualità.

Delle mamme inorgoglite facevano posare i loro pargoletti pingui e ben vestiti tra una luminaria e l’altra di un negozio, per fotografarli. I modelli in erba s’atteggiavano compiaciuti con la naturalezza di chi è abituato al rituale. Non ho idea se gli scatti servissero per immortalare il ricordo di un pomeriggio di shopping o l’estetica natalizia degli arredi.

Poco più avanti un negozio inaugurava la nuova sede in grande stile. In fila, una accanto all’altra, delle ragazze alte e assai belle posavano per la gioia dei passanti: ciascuna indossava una maglietta bianca con una lettera e, tenendosi per mano, componevano come effetto complessivo il nome della griffe.

Estasiante, come le recite d’infanzia allorché all’asilo i bambini s’affiancano sul palco con i cartelli bianchi sui quali vi si legge: «Auguri». Il ricordo commovente qui è sostituito da una connotazione marcatamente più pregante, resa vivida dagli stretti fuseaux neri che slanciavano le gambe, dai sorrisi a trentadue denti delle modelle, dalle chiome sciolte e sensuali mosse con studiati colpi di capo.

Mentre proseguivo il mio itinerario constatavo quanto varia possa essere la società contemporanea.

Tempi felici, questi, che consentono la convivenza di situazioni addirittura contrastanti senza che nessuno abbia di che rivendicare.

Stamattina, al mio risveglio, ho appreso che papa Francesco ha promosso la prima giornata mondiale contro la povertà.

Una volta all’anno ci sarà un’occasione per ricordarla.

Immagino che da lassù qualcuno abbia dato un bel “like” a Bergoglio per l’iniziativa… a noi come avrebbe mai potuto venirci in mente di pensarci!

Almeno di avere una fidanzata alla quale regalare una rosa, tra la pizza e il tiramisù.

 

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