Ignorante con Stile
La realtà non supera la fantasia. Quasi mai, perlomeno.

Stare in campana.


«Stare in campana» ovvero stiamo attenti. E perché poi?

Un noto referendum nel 2011 sancì la volontà popolare di mantenere l’acqua sotto l’egida pubblica, contro una privatizzazione che avrebbe stabilito gestione e prezzi senza più un controllo diretto della collettività e con scopo di generare profitti per privati. Ricordo ancora il grande coinvolgimento dei cittadini, e il risultato che attestò una vittoria impensabile in un Paese dove l’interesse per un bene comune di solito è inversamente proporzionale a quello per le partite di calcio, per la carrozzeria pulita della propria macchina, per la tintarella delle lampade abbronzanti o la ricrescita dei peli sul torace.

Una volta detta la nostra, ciascuno riprese sonni tranquilli. Un po’ per una cieca fiducia nella politica, dalla quale c’è ancora chi confida di non essere tradito: è un gruppo meno numeroso dei cercatori del Sacro Graal ma ha la sua dignità; un po’ perché lo sforzo immane investito nell’apporre la propria firma di protesta sulle schede richiese un successivo, congruo, meritato riposo mentale. E’ il mio caso, questo. D’altra parte il riciclo dei neuroni è meno immediato di quanto si creda.

Soltanto un gruppo d’incalliti ha avuto la caparbietà di non desistere e di vigilare. Perché – si sa – “fidarsi è bene, non fidarsi è meglio”.

Nella mia provincia di recente costoro hanno fuso una campana. Non da mettere al collo delle vacche per scacciare le vipere o per rintracciarle sugli alpeggi. No, piuttosto il modello si rifà a quelle sulle torri campanarie, ovviamente in scala per essere trasportata. Infatti sta girando sul territorio: suona, come ci si aspetta da un simile strumento. Suona perché – da che mondo è mondo – serve per avvisare. Beh, pure per mettere in guardia dai pericoli imminenti: nemici o calamità in arrivo.

Mi è piaciuta l’iniziativa così carica di simbolismo. Viviamo in una società nella quale gli unici simboli in voga pare siano le marche degli abiti firmati e degli oggetti di lusso: status symbol, appunto. Eppure i simboli contano, eccome, e stimolano l’immaginario ben più delle parole, delle prediche, delle provocazioni pubblicitarie.

For whom the bell tolls? chiederebbe Hemingway. Non suona ancora a lutto, per fortuna, ma il rischio c’è ed è quello di veder morire le istanze del referendum. Suona per chiamare a raccolta i cittadini, e pure gli amministratori. Per ricordare che di qui a poco, il 30 settembre, si dovrà decidere la scelta del gestore unico per il servizio idrico integrato, e manca davvero poco: don… don… don… minuti, ore, giorni. Tempus fugit.

La decisione dei politici deve rispettare l’esito referendario. Deve, perché così si sono espressi i cittadini. Non è che han messo dei “distinguo”; non hanno lasciato spazio ad alternative. Mica si tratta di tirare al ribasso il prezzo del porco per farne salami; neppure di stipulare un mutuo in banca; men che meno d’intortare la bella di turno per conquistarla. Qui la questione riguarda una scelta democratica chiara, di sicuro né strappata con la forza né ottenuta con l’intrallazzo, ma secondo quanto stabilito dalle regole del vivere civile, in un Paese che si sforza d’essere tale, sebbene spesso verrebbe da dubitarne. Perché sfalsare o ignorare la volontà referendaria significa semplicemente screditare e umiliare le nostre decisioni. Sarebbe come dire: “vi abbiamo interpellato per dare l’illusione che gli elettori possano dire la loro, ogni morto di papa, ma sappiate che la cosa non ci scalfisce neppure di lontano”.

D’altronde le persone assennate deplorano le alternative o le scappatoie, come pure disdegnano forconi e marce sulla capitale. Tanto quanto ogni amministratore onesto non si fa riserve a sposare le istanze giuste e legali, mentre ha in orrore i compromessi e le scelte che fanno carta straccia dei risultati democratici o, peggio, la sudditanza a poteri terzi, a influenze di lobbies, a inciuci sottobanco.

Decidere diversamente come minimo spingerebbe chiunque a chiedersi il perché: l’acqua, giusto per rifarsi a un rimando simbolico, è un bene… se cristallina. Parimenti la decisione di un politico.

Il torbido disgusta, sempre.

Per inciso, sulle campane talvolta veniva inserita un’implorazione di carattere scaramantico:

«Recedat spiritus procellarum».

Un appello, un auspicio, una speranza.

 

 

Nella mia città la campana suonerà
giovedì 24 settembre
dalle 18:00 alle 19:00
dinnanzi al Palazzo municipale.

 

 


 

Per info:

https://www.facebook.com/Comitato-Cuneese-Acqua-Bene-Comune-135334436532413/timeline/

http://www.acquabenecomune.org/


 

 

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