Ignorante con Stile
Ironia: vaccino senza controindicazioni

Una stazione, un prete e gli stecchini dei ghiaccioli


Stamattina ho pubblicato un articolo sul blog dell’archivio storico dove lavoro inerente la stazione ferroviaria della mia città.

Adesso a casa, riguardandolo, mi sono soffermato su una fotografia a colori che ritrae la piazza antistante, risalente pressappoco agli anni Sessanta dello scorso secolo. Ebbene, osservandola constatavo che non fosse mutata di molto rispetto ai tempi della mia infanzia, a parte l’inserimento di una serie di palazzi al posto del fabbricato di fronte alla stazione.

L’aspetto singolare è che l’immagine ha fatto riaffiorare alcuni ricordi da bambino, e mi pare d’essere vissuto secoli addietro!

Abitavo in quel borgo, e ogni sabato pomeriggio con dei coetanei raggiungevamo l’oratorio dei salesiani, dove ad aspettarci c’era un religioso già all’epoca piuttosto anziano.

Piccolo di statura, curvo, claudicante a una gamba, il prete attendeva che si formasse un gruppetto prima di portarci con lui in giro per il circondario.

Una delle mete fisse di questo itinerario era un enorme cedro del Libano, svettante ai lati dei giardini proprio nei pressi della stazione.

stazione

Un’infanzia underground

L’albero, maestoso e svettante, aveva un tronco possente dal quale, all’altezza di alcuni metri, iniziavano a snodarsi dei rami lunghissimi, che per il peso e per la grandezza tendevano a curvarsi all’estremità, finendo con offrire un riparo.

Un tetto naturale, ed anche una sorta di anfratto.

Poco al disotto di questi il salesiano aveva inchiodato una casetta.

Oggi lo si fa per offrire un nido agli uccelli; allora l’uso era ben differente: serviva da protezione dalle intemperie a una piccola statua della Madonna, di quelle fosforescenti che al calar del sole pareva s’illuminassero di luce propria.

Il gruppetto d’imberbi ragazzini, sistemati a cerchio, recitava il rosario con il sacerdote.

Cinquanta lunghe, interminabili, sempre uguali Ave Maria.

Assolto il nostro compito eravamo liberi di cercare in giro stecchetti di legno – del genere adoperato per i ghiaccioli – che avremmo poi dovuto consegnare a lui.

Non ricordo più il quantitativo necessario per ottenere il premio – forse dovevano ammontare a una decina –  ma rammento ancora come avveniva.

 

Il contrabbando degli stecchetti

Con i bastoncini trovati per terra, nei cestini, sui muretti ci si recava all’oratorio.

Sorpassato il grande cortile dell’istituto, a lato, mo’ di confine tra la scuola media e quella professionale, all’estremità dell’edificio in mattoni c’era una stanzetta che comunicava con l’esterno tramite una finestra.

Serviva da dispensario, bar, rifornimento di dolciumi e merendine, nonché per la consegna di racchette da ping-pong e palline per i calcio balilla.

Siamo a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta.

L’anziano prete regnava su quel territorio inaccessibile a chiunque altro, e dall’anfratto semibuio consegnava la merce dopo il pagamento con le monetine: dieci- venti lire, più o meno.

Quando arrivavamo con gli stecchetti lui li contava, dopodiché ci lasciava in cambio un ghiacciolo. Casalingo: al latte e menta, oppure con sciroppi di sua produzione.

Duro come un diamante, metteva a prova le nostre dentature, e non temeva nemmeno il calore del sole: forse soltanto la fiamma ossidrica avrebbe concorso con la nostra voracità nel scioglierlo.

La merce ricevuta gli serviva per produrne di nuovi.

 

Ma cosa ci è successo dopo?

Noi alimentavamo inconsapevolmente una filiera di prodotti ad uso alimentare del tutto sconosciuta alla concorrenza, al fisco, all’ufficio d’igiene.

Non ai nostri genitori, che non soltanto non avevano nulla da eccepire – di certo non per tirchieria o perché in mendicità – anzi, si complimentavano dei nostri successi e per la giusta mercede ottenuta in cambio.

Adesso mi chiedo cosa sia accaduto: la realtà è un coacervo di regole, norme, divieti, tanto che una prassi come quella laggiù oggi prevedrebbe denunce, titoloni in prima pagina con nomi e cognomi, controlli sanitari, indagini e sequestri, indagati e processi.

Madri e padri scandalizzati, bambini terrorizzati d’essere stati vittime di raggiri alla mercé di un salesiano che usava la nostra ingenuità per trarne vantaggi! Assurdo.

Eppure ho un ricordo positivo di quei tempi.

Perfino il rosario rientrava tra i tanti rituali scontati al pari del catechismo o del servizio da chierichetto. Non erano incombenze alternative ai lunghi giri in bicicletta, alle scampagnate, ai giochi pomeridiani con i compagni: riuscivamo a farci star dentro tutto.

Nostalgia, certo, ma della libertà

Assaporavamo una libertà che – temo – in parte sia venuta meno oggi giorno.

A vantaggio di cosa?

Non ricordo che i miei genitori m’assillassero con continui controlli, alla stregua di videocamere piazzate ovunque; nessuno mi riempiva di paure mettendomi in guardia da pericoli inesistenti: bastavano le consuete raccomandazioni, o il classico e umiliante: “te l’avevo detto… ben ti sta” a esperienza ormai vissuta; manco conoscevamo il termine “sicurezza”, che fosse stradale, sanitaria, sociale poco importa.

Tutto ciò tenendo conto che non esistevano cellulari da cui chiamare in caso di bisogno; norme alimentari su qualsivoglia cibo che s’ingurgita nei presenti tempi; portamonete carichi di euro in tasca.

Ecco perché l’insofferenza verso coloro che fanno della sicurezza la priorità; dell’ordine pubblico la parola d’ordine; della vigilanza un comandamento… è tanto sentita in me.

Riesce a spegnere perfino il ricordo di quanto sia impagabile la libertà, ed è assai triste che occorra una cartolina per riportarlo alla luce.

Qualora il problema non fosse solo mio, credo che ci tocchi far qualcosa: i nostri figli un domani correranno il rischio di non poter rivedere nemmeno i selfie digitali di oggi, senza le App compatibili… e di rimpiangere il già poco che resta loro.

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