Ignorante con Stile
Ironia: vaccino senza controindicazioni

Sul latte versato


Un accorato appello è stato partorito da ben seicento docenti universitari: vox clamantis in deserto, come le grida del Battista. Oppure il canto del cigno, se si preferisce una struggente allusione romantica: oggi le matricole, gravide di fulgide speranze, accedono nelle nostre insigni facoltà a quanto pare senza più conoscere l’italiano!

Dopo la scoperta dell’acqua calda, pure gli intellettuali possono magnificare un nuovo, inaspettato traguardo, e lo fanno con una lettera al Presidente del Consiglio, alla Ministra dell’Istruzione, al Parlamento tutto (casomai…).

Urgono provvedimenti impellenti, ché commentare Dante con suoni onomatopeici o disquisire sull’aristotelica improcedibilità all’infinito a colpi di clava sarà piuttosto arduo.

La notizia è consolatoria: si sta colmando la lacuna tra chi dopo la scuola dell’obbligo si è dato ai lavori di fatica – o avrebbe voluto – e chi prospettava per sé un futuro “di concetto” intraprendendo le superiori, per poi ingrossare le file nei dipartimenti e portarsi infine a casa, presto o tardi, l’agognato titolo di dottore.

D’altronde fulgidi esempi di ignoranti patentati da parecchio calcano la scena politica, dello spettacolo e, spesso, pure le cattedre, assurgendo a modello per le nuove generazioni: carriera o successo vantano ben altri meriti che la conoscenza e il buon uso della lingua, nell’accezione di parlata e scritta.

I docenti dell’università sono i più titolati a denunciare lo scempio. Diversi Barbassori, oltre l’italiano comune, parlano e scrivono una lingua patria tutta loro, capace di riempire pagine e pagine d’iperboli, di concetti astrusi e inafferrabili, d’idiomi conosciuti soltanto agli iniziati. Il tutto, spesso, per dire ciò che i mortali avrebbero reso in poche, dirette, chiare righe.

Dunque chi meglio di loro può vantar diritto di lamentarsi? Rischiano di restare senza eredi.

È una sacrosanta battaglia. Altrimenti non si distinguerebbe la cultura alta dalla conoscenza approssimativa del vulgo. La separazione tra un linguaggio d’élite e quello comune è inevitabile, perfino comprensibile: le specificità delle discipline accademiche esigono tecnicismi consoni alla materia.

Pure i ruoli sociali lo richiedono, ché sarebbe tanto indecente sentir parlare un barone come una sguattera quanto sarebbe ridicolo un qualsivoglia figlio d’Adamo che imbellettasse una conversazione con termini aulici, ben più inappropriati delle scontate imprecazioni.

Il dramma è che adesso si rischia di non avere leve adeguate da formare nelle università. Bel problema!

Toh… giusto questo ci voleva… per scoprire l’imbarbarimento della lingua, che significa degrado del pensiero e, di conseguenza, dei rapporti tra consimili. Lor signori se ne sono accorti nelle aule durante le lezioni o interrogando agli esami.

Mi chiedo dove vivano costoro!

Danno voce all’indignazione perché il problema sta nel cursus studiorum che in partenza fa acqua più di un colabrodo. Mi ricordano quegli aristocratici che nell’Ottocento s’indignavano allorché i rampolli dei nobili si davano al commercio o alle arti: a parer loro un sintomo di degenerazione.

E gli altri? Ossia tutti coloro che all’università mai si avvicineranno per i più svariati – e spesso plausibili – motivi?

Poco importa se la gran parte resterà ignorante; se sarà in balia del più furbo e preparato; se verrà abbindolata, circuita, fregata da coloro che – guarda caso – proprio l’università è chiamata a formare!

Chissà dov’erano codesti professori quanto il degrado della lingua ha cominciato a farsi strada.

Eppure basta prendere un giornale e scorgervi la sequela di errori; è sufficiente cliccare sui siti d’informazione locale – gettonatissimi – per addentrarsi nello scempio dei congiuntivi, della punteggiatura, delle ripetizioni; e che dire delle trasmissioni, delle cronache, delle serie televisive e dei servizi pubblici, vero coacervo di storpiature, di bestialità e di violenze alla lingua? Mai m’è accaduto di sentire dai cattedratici una critica pubblica, una nota di biasimo, un’invettiva contro coloro che l’italiano lo veicolano a tutti, per professione. Nessuna veste strappata.

Additano la scuola primaria come focolaio del problema. Suggeriscono, tra le pillole di saggezza, più temi, più esercizi, più verifiche.

C’è una certa squisita e commovente caparbietà nell’attestare, ancora una volta, come il loro mondo sia lontano anni luce dalla realtà. Paiono esiliati nell’Iperuranio.

Perché per quanto una maestra o un maestro possano sgolarsi con gli allievi per insegnare a parlare e a scrivere in italiano, ciascuno nella vita finirà poi con migliorarlo attraverso la recezione dai mezzi di comunicazione; dalle persone di cui ci si circonda; da ciò che gli passa sotto gli occhi, cartaceo o digitale che sia.

La scuola fornisce le basi, ma sarà la vita di tutti i giorni a fare la differenza. A casa come al bar, tra gli amici o sul lavoro, useremo l’italiano a seconda di chi abbiamo vicino, e se il contesto è degradato di suo, e se gli stimoli ambientali non aiutano a esercitarlo in modo corretto… l’aver fatto un tema a settimana servirà ben poco.

Ebbene, su tutto ciò un silenzio tombale. Troppa fatica calarsi nel mondo reale. Perfino tentare d’immaginarselo, senza per forza umiliarsi nel fare due parole con persone esterne alle cerchie dotte ed erudite che si è usi frequentare ai convegni, alle presentazioni e nei salotti culturali. Eppure, chi altri se non i docenti universitari posseggono la competenza e il diritto d’intervenire: loro, che son deputati a insignire di un titolo accademico coloro che dovrebbero averne i requisiti?

Trovo piuttosto farisaico questo appello, nato da una constatazione avvertita nelle aule dei dipartimenti ma ignorata in strada. Sempre meglio di niente, ma tardivo, e tutto sommato di comodo.

Siamo responsabili comunque un po’ tutti, ciascuno per ciò che ci compete: dagli scandalizzati con l’ermellino al collo fino a noi mortali, ogniqualvolta desistiamo nell’usare e nell’affinare il nostro italiano.

Dobbiamo rimboccarci le maniche, affinché il futuro prossimo non diventi un crepuscolo della lingua, con anziani cattedratici costretti a interloquire allo specchio per godere di un dialogo improntato a dignitas et gravitas; con un’esigua parte di cittadini destinati a parlare un italiano incomprensibile ai più; con una maggioranza che per farsi intendere urlerà “vaffa…” e insulti a destra e manca, unico comune denominatore di un gergo recepito dall’universo mondo.

E soprattutto per risparmiarci il finale, quando non resterà che passare alle mani… un classico intramontabile per farsi capire.

Con o senza manganelli.

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Photo by Aline Ponce

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