Ignorante con Stile
Ironia: vaccino senza controindicazioni

Tanti auguri… e grazie di esserci!


Ero entrato dalla porticina secondaria, passando per il cortile interno, la prima volta che ci ho messo piede dentro. La saracinesca esterna dell’ingresso principale rimase chiusa, come da parecchio tempo accadeva al locale, d’altra parte.

L’ambiente era freddo, e non poteva essere che così d’inverno e con i caloriferi spenti, ma a percepirlo gelido contribuiva pure lo stato d’abbandono generale.

Un po’ come addentrarsi in un alloggio dismesso da anni, sgomberato dal mobilio, ma con ancora impresso il sentore di quando era abitato. Sulle pareti restano i segni dei quadri, con una debole cornice grigiastra che delimita il colore più nitido dello sfondo, in precedenza nascosto sotto le intelaiature; posacenere con mozziconi abbandonati dentro; l’incrostatura dei lavelli rimarcata dal gocciolio di un rubinetto che il calcare ha ormai reso incancellabile; i cavi della luce scoperti, pendenti dal soffitto, a rammentare che quello spazio desolato fu un ambiente luminoso.

L’immancabile polvere, sovrana incontrastata, dominava sul regno delle ragnatele e sui pochi oggetti sparsi qua e là. E poi c’era l’eco, o almeno il rimbombo tonfo della voce, quasi che i muri compartecipassero a enfatizzare i dialoghi per dare il benvenuto – a modo loro – agli ospiti inattesi.

All’epoca avrei ritenuto più credibile la verginità dell’Immacolata Concezione anziché l’inaugurazione del locale il mese successivo.

Una duplice sfida: aprire un luogo di ritrovo distante anni luce dai modelli di bar sciccosi e alla moda, e azzardare nel centro storico, in una via defilata dalla mondanità. Ovvero in un territorio che molto di frequente è appannaggio di residenti abituati a ritmi di vita scanditi dalla natura, dove al crepuscolo l’accensione dell’illuminazione pubblica segna il doveroso ritirarsi in casa, mentre sulle strade scende un religioso silenzio, rotto soltanto dal miagolio dei gatti in calore, in primavera, e dal suono del campanile della cattedrale, non troppo distante dalla zona, che conferisce un’aria claustrale ai vicoli, ai portici semibui, alle edicole sacre affrescate lungo il borgo antico.

Nessuna indagine di mercato; manco l’ombra di un consulente d’arredi per interni; neppure uno straccio di proclama per far sapere al mondo che un nuovo locale avrebbe cambiato le sorti dell’umanità. Manifesti, quelli sì, alla vecchia maniera, come talvolta s’usa per l’arrivo di un circo.

Eppure quelle quattro pareti in un anno son diventate un cuore pulsante. Senza ambizioni né velleità alcuna, anzi con la stessa ordinaria normalità che hanno le mura domestiche: accoglierti e farti sentire a casa tua. Sono convinto che questo sia il successo del V.I.T.R.I.O.L.

Beh, perlomeno per chi, come me, non abita in una villa palladiana, con servitù al seguito e collezioni d’arte in trionfo lungo le scalinate in marmo che conducono agli appartamenti privati.

Un esperimento davvero ben riuscito.

Ero scettico quando con i due gestori e alcuni amici davamo una mano per sistemarlo. Eppure avrei dovuto capirlo fin da subito, constatando l’andirivieni di volontari che nelle ore serali o nei fine settimana arrivavano per rendersi utili: chi verniciava; chi ritagliava e incollava figure di carta sui piani dei tavoli; chi piallava, inchiodava, avvitava; chi puliva, lucidava, riordinava; chi infine passava per un saluto; per fare una battuta; per un bicchiere in compagnia se la buona sorte gli consentiva di trovare ancora da bere nelle bottiglie vaganti.

Non è mai sorta una “Casa del popolo” nella mia città e, di certo, non rientrava nelle intenzioni dei fondatori ricrearla adesso, ma l’atmosfera che si respira lì dentro mi piace pensare che si avvicini molto. Non perché si faccia politica, bensì perché c’è – palpabile – uno “spirito di corpo” che accomuna i frequentatori. E non è poco.

Entri, e l’occhio cade sulle pareti dove gli avventori lasciano traccia del loro passaggio scrivendo frasi più o meno esistenziali: alcune ispirate dalla birra, altre dallo stato d’animo del momento. Ce ne sono pure in memoria di chi oggi, purtroppo, non è più lì fisicamente ma resta nel ricordo di tutti.

In basso, degli scaffali ad incasso accolgono i libri che chi desidera lascia in dono al locale.

A un certo punto l’attenzione viene catturata da una rassegna di fotografie. Un po’ sembrerebbero gli scatti allineati lungo i marciapiedi o appuntati su una cancellata dopo una disgrazia, una strage, un eccidio. Mancano i mazzi di fiori avvolti nel cellofan, i lumini accesi, le dediche… però.

La gran parte sono fototessere che ritraggono i frequentatori abituali. Poco o nulla importa che siano recenti o dell’infanzia, anzi, spesso è un’occasione per identificare chi, all’apparenza, si direbbe un perfetto sconosciuto. E così, senza accorgertene, quel gioco ingenuo rimarca l’inesorabile trascorrere del tempo; rievoca comuni ricordi del passato; invita a pensare a “come eravamo” e “come siamo” oggi.

Sopra alla galleria di belle facce un riquadro in finto marmo “fa il verso” alle didascalie dei quadri dei benefattori cittadini che ogni anni vengono esposti sulla pubblica via durante la festa patronale.

Più avanti altri ritratti, riuniti in un unico riquadro, conferiscono un valore aggiunto: anch’essi raffigurano dei giovani e dei ragazzi. Sono i nostri concittadini partigiani, morti nella Lotta di Liberazione dal nazifascismo. Stanno lì, appesi a un chiodo, senza enfasi né retorica, e questo è il bello: sono trattati come persone di casa.

Poi ci sono le mani, ovunque. Sono calchi dei gestori e di molti degli ospiti del locale in pose, colori, resine, smalti differenti l’une dalle altre. Nascono dalla mente febbrile di Beppe, l’ideatore, celebre per una sua frase in un momento di tranquillità:

«quasi quasi mi faccio una mano!».

Il V.I.T.R.I.O.L. però non è solo ciò che si vede, si degusta o si beve mentre la musica dai vinili risuona nell’atmosfera. È quanto si vive: senza sponsor o patrocini, alla chetichella, in questo suo primo anno ha ospitato una bella rassegna di spettacoli, performances, esibizioni musicali e teatrali.

“Cibo per il corpo e per l’anima”, recita il suo motto: è stato coerente.

Ma ci si nutre pure dell’ordinario, perché in questo microcosmo si ha l’opportunità di socializzare con una moltitudine di umanità. Qui ti capita di chiacchierare con un vegano militante o con un giovane metodista; con studenti universitari, con disoccupati e con lavoratori precari; con ventenni e con pensionati; con perdigiorno o con eccentrici; con chi proviene da una vita travagliata o ribelle e con chi ha un’esistenza abitudinaria; con chi ha viaggiato il mondo e con chi fa il sognatore di professione.

Però nessuno lo ha scritto in fronte. E trovo tutto ciò il lato più sorprendente e gratificante: la scoperta dell’altro avviene poco a poco, lontano dall’esibizionismo o, peggio, da una finzione apparente. Occorre guadagnarsi la confidenza – ma basta davvero poco, e il vino o la birra danno una mano – e ne vien fuori una realtà inaspettata.

Vicende, storie, esperienze, attitudini l’una diversa dall’altra, insieme ai progetti o alle utopie, alle paranoie o alle preoccupazioni che ciascuno prova dentro sé.

Un boccale… una sigaretta in compagnia… e il peso della routine svanisce, mentre il raccontarsi reciproco dischiude orizzonti sconosciuti o riesuma il passato, magari tra risate, battute, sfottò.

Una porzione di mondo che fa bene all’anima, perché scoprendo gli altri, abbattendo pregiudizi o diffidenze, ci si rende conto che il vissuto di ognuno ha sempre qualcosa da raccontare e da insegnare. Sempre!

Buon compleanno, V.I.T.R.I.O.L. e grazie 😉

Per ingrandire la galleria cliccare sul riquadro

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Le fotografie in bianco e nero sono di Francesco Pala
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