Ignorante con Stile
Ironia: vaccino senza controindicazioni

Tira meno un burkini che un carro di buoi


A me non importa proprio nulla della questione.

Sono consapevole che il mio parere abbia un peso vitale nei confini del mio studio – dove sto in compagnia soltanto di qualche ragno – e che appena varca la porta di questo spazio sia posto subito in discussione da chi vive tra le mie mura domestiche, figuriamoci all’esterno, ma ciò nonostante non rinuncio a rivendicarlo.

Mi riferisco al burkini.

Dal canto mio le donne musulmane possono indossarlo come e quanto piaccia a loro. Viene visto come simbolo religioso da noialtri, sebbene non sia prescritto dalla loro fede come norma devozionale: embè? Da laico mi procura la medesima sensazione delle croci, dei tau e degli ammennicoli vari ostentati al collo di sedicenti cristiani, che abbisognano di far sapere al mondo quanto siano professanti: mi fa sorridere. Talvolta provo anche una certa compassione, per questo bisogno di palesare la religiosità in maniera sfacciata: mi ricorda la spocchia di coloro che raccontano di portarsi a letto decine di donne, quando poi in verità al massimo rimorchiano a tarda notte una mal marià che aveva bevuto troppo.

Ho sempre pensato che vietare – e imporre – dall’alto non sia la soluzione migliore o che perlomeno dovrebbe essere l’extrema ratio: o genera l’impulso a infrangere il veto o diventa una costrizione pesante che porterà a ritorsioni alternative.

C’è, in noi eurocentrici, la convinzione che i nostri comportamenti siano gli unici giusti, frutto di plurisecolari lotte di emancipazione e di progresso. È vero… la civiltà progredita ha pagato un tributo altissimo all’oscurantismo e al fondamentalismo religioso, cattolico in particolare, ed è giusto rivendicarne l’affrancamento. Ma trovo opinabile ergerci a giudici.

Il burkini è un passo in avanti, e secondo me merita rispetto: quando scendevo nei paesi arabi vedevo in spiaggia le donne musulmane fare il bagno vestite di tutto punto. Provavo a mettermi nei loro panni: ci saranno abituate, ma è indubbio che sia francamente più disagevole che indossare un costume, per quanto castigato. Un po’ come ballare con un vestito lungo e poi, in seguito, “scoprire” la minigonna.

È una questione di tempo. O forse c’è davvero qualcuno che crede nell’eventualità che da qui a qualche anno tutte le nostre compatriote saranno obbligate a indossarlo? Accadrà il contrario, piuttosto, come succede di vedere le seconde o terze generazioni di chi vive qui da parecchio andare dalla pettinatrice, truccarsi e vestire alla moda, dimenticando il velo nel canterano. Ci sono gli integralisti? Certo che ne esistono, purtroppo, ma resteranno una minoranza, alla pari dei seguaci di Adinolfi o dei fedeli della buonanima di monsignor Lefebvre. Dopotutto il sole batte per tutti.

Alcune femministe, e quel maître à penser di Salvini, stigmatizzano la sopraffazione e l’arroganza verso la donna costretta a indossare il burkini. Meglio allora lasciarle chiuse tra quattro mura, impedendo loro di andare in spiaggia: complimentoni!

Non si possono ribellare a certi uomini, come non lo possono fare moltissime nostre connazionali per altri motivi, perché altrimenti verrebbero sbattute fuori casa e ben difficilmente potrebbero rifarsi una vita: è desolante ammetterlo ma occorre, appunto, dar tempo. Non si può pretendere di cambiare certe realtà come se la bacchetta magica fosse la proibizione per legge.

C’è chi sostiene che vestirsi così in spiaggia acutizzi la tensione già palpabile; che la pratica consuetudinaria delle religioni vada espletata nel privato; che non si possa imporre la vista di scelte tanto contrastanti con i nostri usi e costumi. E questa sarebbe la tollerante Europa? A questo punto siamo arrivati nella difesa della Libertà, nostra e altrui? Soprattutto, siamo così deboli… con un’identità talmente effimera da sentirci minacciati alla vista di donne che nuotano in mare vestite con un indumento neppure troppo diverso da quello di un sub? Ci disturbano più di taluni costumi leopardati, indossati con elegante disinvoltura da certe signore attempate, orgogliose di mostrare quanto una prorompente pinguedine si sposi bene con il fascino esotico del felino della savana? Bah!

Sarà che a me piacciono le diversità, trovo perfino positivo che per una volta non ci sia omologazione, almeno in spiaggia: suscita curiosità, interrogativi, opportunità di riflessioni, confronti.

Comunque c’è un aspetto che pure a me, devo ammetterlo, dà fastidio del burkini, ma mi tocca una breve premessa per rendere l’idea.

La prima volta che venni invitato a cena fuori scesi in cantina – vivevo ancora dai miei – per prendere una degna bottiglia con cui presentarmi di lì a poco. Vedendomi, mio padre mi suggerì di desistere: sosteneva che avrei mancato di buona creanza presentandomi con del vino, perché dava ad intendere che diffidavo di chi m’aveva invitato, ritenendolo un pessimo padrone di casa, magari incapace di provvedere ai commensali con bottiglie di qualità. Un’offesa alla sua ospitalità.

La sua precisazione, che pescava a piene mani da un apparato di norme e di regole sconfinato a lui solo conosciuto, denotava quanto il reciproco rispetto passi dal mettersi nei panni degli altri, e non soltanto nei nostri. Così, pensando al burkini, mi domando che rispetto abbiano per me i mariti che lo impongono alle proprie consorti: è come se costoro mi ritenessero tanto sfacciato e così infoiato da non essere in grado di trattenermi vedendo le loro donne!

Ecco, un tantino m’indispone.

Ma non serbo rancore, anzi, vorrei tranquillizzare lor signori sul fatto che potrebbero dormire sonni tranquilli lasciando le proprie mogli in costume da bagno sui nostri litorali.

Non fosse perché fa troppo caldo…

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L’immagine raffigura “I buoi bianchi” di Giovanni Fattori ed è stata estrapolata dal sito STILEarte.it all’indirizzo web http://www.stilearte.it/i-buoi-bianchi-di-giovanni-fattori/

3 Commenti

  • Intanto noto che c’è una differenza abbastanza sottile tra obbligo e condizionamento, quando si parla di libertà di scelta, il concetto dovrebbe essere chiaro.
    Inoltre, ho un dubbio: mettersi nei panni dell’altro è un’operazione che va fatta in maniera globale… Rispetto alla passiva accettazione di una usanza chiaramente a sfondo religioso misogino e liberticida, come si recepisce da parte dei fedeli islamici la cosa? Magari noi agiamo spinti da eccesso di rispetto per le libertà individuali, ma il nostro comportamento “molle” viene letto come cedevolezza…

    • Ignorante con stile

      Può essere che venga letto come cedevolezza, sebbene mi pare che spesso questa sia più un’interpretazione di coloro che temono di apparire meno “virili” culturalmente e si sentono toccati nella propria identità nazionale.
      Per me conta la sostanza, anche nei rapporti con gli altri, e meno l’apparenza: non mi sento più molle se accetto una scelta altrui che non scalfisce la mia; al contrario, mi chiederei quanto fragile sia la mia identità se per difenderla devo imporre alle altrui di sparire. Poi, se qualcuno giudicasse le mie scelte come arrendevoli… bontà sua.

  • Ignorante con stile

    Brahim Baya, portavoce della “Comunità islamica delle Alpi” di Torino, è stato così gentile da recensire l’articolo. Mi permetto – su suo consenso – di riportare integralmente il messaggio inviatomi, perché considero basilare il confronto, e illuminante il punto di vista di chi è addentrato nella questione, conoscendone le scelte intrinseche. Grazie.

    Ho letto l’articolo, vi trovo un errore di fondo che inficia quasi tutto il resto: pensare che chi sceglie di coprirsi lo faccia perché obbligato da qualche altra persona, e che questa scelta non possa mai essere dovuta ad una convinzione personale. Senza negare che vi siano donne musulmane costrette a coprirsi da mariti, padri, o dalla “comunità”, ti assicuro che la maggioranza di quelli che io conosco personalmente lo fanno per scelta e sono le più strenue lottatrici per questo loro diritto. Lo so che è difficile per una persona laica concepire una tale scelta come libera, ma è così. Hai fatto riferimento all’eurocentrismo nel tuo articolo, questa è una forma di “laicocentrismo”.
    Impedire a queste donne di coprirsi al mare significa negare loro il mare, perché non le indurrà a denudarsi per andarci
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