Ignorante con Stile
La realtà non supera la fantasia. Quasi mai, perlomeno.

Trova l’intruso


Si passeggia e s’incontrano volti sconosciuti o s’incrociano visi noti, ma c’è una figura che in ogni centro abitato cattura immancabilmente l’attenzione: il personaggio insolito. Talvolta lo si definisce “macchietta” di paese; talaltra, più denigratoria, “lo scemo del villaggio”, mentre invece, a ben vedere, si tratta semplicemente di un individuo non omologato. Diverso perché non veste come gli altri; ha modi e atteggiamenti fuori dai consueti schemi; è stravagante rispetto ai nostri parametri di comportamento. Un intruso, a suo modo, tra simili.

Tra i più familiari della mia città vi è un giovane non nativo del posto, arrivato qui un decennio fa, poco più che ventenne.

Un ragazzo coraggioso – o incauto – perché i forestieri qui sono benaccetti se indossano la divisa da artigliere, che regala il buon umore agli esercenti quando la vedono, oppure la tonaca da frate, che tranquillizza perfino se a vestirla fosse un religioso dalla pelle scura, come accade sempre più di frequente: beh… apre il cuore sapere di nuove vocazioni.

Il requisito però primus ibi ante omnes che funge da spartiacque tra l’essere accettato o il venire escluso è il non chiedere – o, al contrario, domandare – soldi. È sufficiente implorare una monetina e subito, quasi si tratti di una sentenza inappellabile, retrocedi a mendicante. Il che significa catalizzare il disprezzo, l’astio –  se non l’odio –  della quieta società di provincia.

Il nostro ha avuto l’accortezza di evitare la questua fin da subito, nonostante le apparenze tradissero lo stato di bisogno. Se non domandi denaro puoi convivere tra le persone urbane, le quali sapranno comunque ricompensare questa delicatezza, che non intacca la serenità della coscienza, offrendoti dei pasti caldi, un posto dove farti una doccia, del vestiario e – cosa che più conta tra i bennati – la propria considerazione.

Certo, lui ti ferma e ti chiede una sigaretta.

Ma per chi non fuma è un attimo dir di no, anzi, sortisce l’effetto gratificante di essere nel giusto, e la confessione “non fumo” fa star meglio, a prescindere. Magari accade che ci si sdebiti spontaneamente per il senso di appagamento vissuto, offrendogli un caffè.

Per i tabagisti invece non costa nulla spartire una cicca, a maggior ragione con i tempi che corrono, perché è rincuorante constatare di qualcuno che anziché guardarti male solidarizza nel vizio.

A questo punto ti fermi e fai due chiacchiere. Ossia percorri un universo parallelo.

A cominciare dal dialogo, che non segue regole grammaticali né una logica compiuta. L’interlocutore inserisce un intercalare tutto suo, condito dall’uso così frequente di un’imprecazione da farne ormai il soprannome medesimo.

Lo fa accompagnandolo con un tic: una smorfia facciale che lo induce ad arricciare il naso, socchiudere gli occhi e, in simultanea, tirare le labbra in una sorta di sorriso artificioso, digrignando i denti, e buttando all’indietro la testa, di scatto, a mo’ di saluto. Capita che osservandoti dalle lenti spesse che rendono piccoli come fessure gli occhi, di quando in quando giri lo sguardo altrove per sincerarsi del mondo circostante.

È spiazzante cimentarsi nella conversazione, ma nello stesso tempo incuriosisce: non sai mai dove si andrà a parare. Come pure ti è ignoto se il tenore della chiacchierata resterà su toni placati o se, di punto in bianco, quando meno te l’aspetti, si colorirà di epiteti, sfoghi, maledizioni ad indirizzo di persone o di condizioni non sempre reali. Un terno al lotto.

A me piace. Perché per tutta la giornata già tocca esser ligi per forza alle regole della convivenza civile, a partire proprio dal linguaggio: convenevoli; conversazioni improntate a chi ti sta di fronte cesellate sul reciproco rispetto; un raccontarsi secondo il grado di conoscenza o di intimità, seguendo le norme della buona creanza somministrataci dall’educazione borghese con il latte materno, fin dai primi vagiti. Insomma, lasciarsi trasportare dall’ignoto ogni tanto non guasta proprio, e con un personaggio così esperimenti nella manciata di minuti con cui ti relazioni il piacere sottile e un po’ proibito dell’anarchia. E nello stesso tempo vivi l’incognita della sorpresa: niente sarà dato per scontato.

Nell’impossibilità di entrare nella sua testa, ti fermi all’ingresso: quanto basta per intuire che andando oltre potresti addentrarti in un ambiente che nulla ha a che fare con il tuo. Ma ti resta dentro il dubbio che possa essere perfino migliore, sicuramente differente.

Una volta terminata la sigaretta ti commiati.

E in quel tratto di strada che ripercorri da solo è inevitabile non pensare a lui.

Alla sua indipendenza dalle regole del buon vivere in società: se gli va di parlare tra sé e sé è capace d’iniziare un soliloquio con una determinazione degna di un oratore; se gli aggrada di non salutarti, non si fa scrupoli, come di avvicinarsi se gli garba in quel momento. In tal caso esordisce con un interrogativo un po’ gracchiato: «E allora? Tutto bene? (seguito dall’immancabile imprecazione, magari reiterata tra un ehhh prolungato e un altro)».

Ovvio che una scelta di vita tanto radicale abbia i suoi inconvenienti: troppe rinunce senza essere il Poverello d’Assisi.

Per non dire della lancinante disperazione di non passare alla Storia perché è improbabile che gli verrà dedicato anche soltanto un vicolo.

Eppure il ruolo sociale che rappresenta non è per nulla trascurabile.

Incarna sulle sue spalle il monito del duro prezzo da pagare per un barlume di libertà: già… bella parola, piace a tutti –  riempie la bocca –  e della quale, forse, non abbiamo mai sperimentato il significato vero.

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