Ignorante con Stile
La realtà non supera la fantasia. Quasi mai, perlomeno.

Tutto in fumo


I pedali della vecchia bicicletta emettevano un cigolio ritmico a ogni spinta: il rumore si perdeva lungo la strada polverosa di campagna, tra il canto delle cicale e il cinguettio delle rondinelle.

«Anche stavolta non ho chiesto a Flip un po’ d’olio», pensò tra sé e sé.

Filippo era suo cognato, sempre disponibile a darle una mano, come un po’ tutti in quella famiglia. Nutrivano una certa compassione per lei ma senza rimarcarlo: aveva sposato un taccagno. Il marito era uno zotico come pochi se ne vedevano ancora, che si vantava addirittura di non aver mai visto il mare in vita sua.

Ben più di ottant’anni passati nel malandato rustico sperso tra i campi di meliga e i prati di erba medica!

L’avevano pure riformato alla visita militare, ai tempi che furono, e quindi s’era perso l’opportunità di uscire dal paesello e di scoprire che al mondo esisteva qualcos’altro oltre le sue vacche, un maiale, le galline e qualche coniglio.

Lei, ciò nonostante, sorrideva spesso; le accadeva perfino di uscirsene con delle battute comiche, di frequente auto ironiche.

Una capacità fuori dal comune… il saper ridere della propria vita e delle ristrettezze che le toccavano in sorte: se mai l’esistenza le avesse offerto delle alternative, probabilmente sarebbe stata una donna di successo, con un’intelligenza tanto singolare.

S’industriava con il poco che aveva a disposizione per mettere da parte qualche spicciolo, e con l’inseparabile bicicletta andava ai mercati a vendere frutta e verdura. Erano però le clienti fisse “delle uova” che garantivano di far cassa. Consegnava direttamente a casa loro i pacchi da mezza dozzina, avvolti con cura nel settimanale, tra necrologi e annunci pubblicitari.

Sovente le signore di città – madamine dal portafoglio generoso, le lasciavano il resto o una mancia, e lei l’accantonava per piccole spese altrimenti impossibili a farsi, controllata com’era dallo scrupoloso e severo coniuge.

Si crede che una donna passi una vita di disgrazie allorché il marito la picchi o la carichi d’insulti: è certo vero e mostruoso, ma esiste anche una condizione meno appariscente però altrettanto violenta e terrificante.

Consiste nella quotidiana rinuncia a soddisfazioni minute; nella costante umiliazione di sentirsi una serva a servizio d’un padrone; nel timore perenne di venir ripresa laddove sarebbe un diritto e un bisogno il poter essere sé stesse.

Ogni tanto a lei scappava di confidarsi con la sorella, in proposito.

Erano mezze frasi, abbozzi di verità mai del tutto palesate:

«fammi un favore», domandava, «se Tumlin ti chiede del perché ho messo il rossetto, digli che me l’hai regalato tu, così lui sta tranquillo». Lo adoperava pure sulle guance: “giusto una punta”, che poi allargava con l’indice a formare un cerchio circolare, come una bambolina di biscuit.

E lo stesso valeva per un vestito leggero, comprato al banco del mercato, dopo un’infinita serie di rimandi e di ripensamenti: «mi raccomando, era tuo – siam d’accordo, neh? – … ma visto che non ti andava più m’hai chiesto di prenderlo, giusto per non sprecarlo».

L’altra annuiva, con un mezzo sorriso per stemperare l’amarezza di quella condizione.

Anzi, proprio per buttarla in burla e non farla sentire un’infelice, la sorella rincarava la dose:

«Ah certo che sei davvero una gran furbona! A te… manco il diavolo la fa!», ma in cuor suo sapeva benissimo quanti rospi toccasse ingoiare, a quella povera donna, secca come il manico di una scopa, con la pelle solcata da rughe profonde per il troppo lavoro nei campi e per le gran fatiche vissute.

«Fa ‘na cosa», a volte aggiungeva: «mentre ci sei porta a Tumlin anche due camice che – se non s’offende – a Flip son diventate strette di collo. Insieme ai nostri saluti».

«A Tumlin bisognerebbe dargli ben altro, se solo si potesse, ma dopo si finirà all’inferno, e a me mancherebbe soltanto più quello…».

Poi rideva di gusto e ringraziava.

Quegli indumenti erano il lasciapassare per i suoi piccoli acquisti.

Una garanzia di salvezza da improperi e rimbotti che si sarebbero trascinati per giorni e giorni.

Era giunta al bivio, in questa mattinata d’estate, dove una gran croce di ferro battuto divideva in due la strada vicinale. Accompagnò lo sguardo al crocifisso con la consueta giaculatoria.

Nemmeno sapeva perchè in mezzo ai prati, nell’assolata campagna, a qualcuno fosse venuto il ghiribizzo di sistemare una croce tanto monumentale. Al ricordo di antiche missioni popolari nei secoli addietro la gente del posto preferiva immaginarsi una storia di masche e di diavoli: un tema molto più avvincente, sempre gettonato durante le veglie nelle lunghe serate invernali.

Per lei era una sorta di consolazione trovarsela lì: le rammentava che a ciascuno ne toccava una.

Di lì a poco sarebbe arrivata a casa, che già s’intravedeva in lontanza, adesso che il mais era ancora basso.

Fu proprio lo scorgere del rustico ad allarmare la poveretta.

Aguzzò la vista, per sincerarsi di aver davvero colto ciò che le pareva inverosimile e, soprattutto, dannatamente terribile.

«Oh me S-gnur benedèt!».

Iniziò a pedalare con un’energia sovrumana, nonostante gli anni e la fatica del rientro.

L’aria le fendeva il volto, mentre le lunghe, ossute gambe ruotavano come i pistoni di una locomotiva a carbone.

Nel volgere l’attenzione alla casa colonica nessuno vi avrebbe trovato alcunché di anomalo: l’uva americana davanti, aggrappata al balcone; una siepe di gladioli, di rose e di altea; la rete a separare il pollaio dall’abitato.

In sovappiù una sottile, soave e cenerina linea di fumo da uno dei comignoli sembrava vergare il cielo azzurro con uno svolazzo di calligrafia.

Appunto.

Da quel fumaiolo in estate non sarebbe dovuto uscire nulla se non – al massimo – qualche vespa o dei calabroni.

La canna fumaria infatti era collegata alla stufa, che iniziava a fare il proprio dovere soltanto con l’arrivo dell’autunno. Mai prima.

E l’uso, la manutenzione e la soprintendenza su questa spettava escusivamente a lei.

Entrò nell’aia trafelata, madida di sudore e con un volto che pareva avesse incontrato Satanasso in persona.

«Tumlin! Tumlin! Ma che hai fatto?».

L’uomo stava seduto all’ombra, sotto il porticato, intento ad affilare una falce con la cote.

«Che ho fatto?».

Neppure alzò la testa.

«Hai acceso il putagè!».

Scrollò le spalle.

«Ah… già. C’erano un bel po’ di foglie secche e della rumenta – dell’immondizia, – e gli ho dato fuoco. In casa. Son mica matto a farlo qui fuori: con questo caldo si rischia un incendio».

Sollevò il capo verso la moglie, perentorio: «mica vorrai mandare tutto in cenere?».

«Già», chiosò lei.

In cenere, al momento, erano finiti solo i suoi risparmi, che aveva nascosto proprio dentro la stufa, dietro un cumulo di carta straccia e di rametti secchi.

L’unico posto dove il tiranno non avrebbe mai messo il naso.

Colui che è incline al male riesce a farne anche quando non ne ha intenzione.

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