Ignorante con Stile
Ironia: vaccino senza controindicazioni

Un impagabile senso di libertà


Valle Gesso
Pian del Valasco 1
Pian del Valasco 7
Pian del Valasco 6
Pian del Valasco 5
Pian del Valasco 4
Pian del Valasco 3

 

Ieri e il giorno antecedente avevo programmato un’escursione in montagna, confidando nel bel tempo annunciato con condivisibile piacere dai meteorologi. Nulla d’eccezionale per chi, come me, abita ai piedi delle Alpi. Non lo sarebbe neppure se abitassi sotto il monte Hebron o, per dire, alle pendici della catena montuosa degli Zagros, se non fosse che, di questi tempi, è meno probabile che a chi sta laggiù venga la fregola di arrampicarsi per puro diletto. Più facile che intraprenda un viaggio via mare, comunque non di certo per soddisfazione personale.

Sulla fatica, e sul piacere che ne deriva, delle camminate tra i monti non mi dilungo: rischierei di cadere in qualche rimando tanto caro ai precetti educativi della mia infanzia, per cui non esiste soddisfazione che non presupponga sforzo… fino alla certezza del gaudio eterno dopo le sofferenze vissute, come la Passione per il Cristo. Amen.

Ma è quanto ho sperimentato in questi due giorni che adesso mi spinge a scriverne. Ovvero, il potere liberatorio che la montagna riesce a sortire, almeno su di me.

Nel momento di decidere il percorso abbiamo scelto il più breve, che era pure il più panoramico ma, inevitabilmente, il meno agevole. Sulle mie spalle gravava il peso di uno zaino piuttosto pesante, visto che accoglieva anche il fardello di mia moglie. Faccio parte di una generazione che vive tutt’oggi una ferrea distinzione di genere, e ne pago brutalmente le conseguenze: invidio le nuove leve, per le quali non esisteranno più le marcate differenze di ruoli tra maschi e femmine mentre, al momento, ad un uomo che abbia studiato in collegio tocca ancora l’ingrata mansione della bestia da soma. Platealmente fuori allenamento ho quasi subito sentito la fatica. L’amico che avevo appresso mi ha consigliato di distrarre la mente, per non concentrami sullo sforzo della salita. Il fatto era che i pensieri risultavano perfino più cupi e pesanti dell’arrancare verso l’alto.

Per tutta la settimana passata infatti le notizie e le immagini lette e viste mi avevano creato uno stato di tormento e di angoscia. E non mi riferisco alle attività del governo. A nulla era valso esorcizzarle scrivendo delle tragiche vicende, anzi, era come se fissandole sulle righe, una in fila all’altra, esse si fossero stabilizzate nell’animo, incupendomi parecchio. Colpa soprattutto del senso d’impotenza per non poter far nulla.

Intanto procedevamo tenendoci sul lato sinistro il canale d’acqua, che a tratti formava delle piccole cascate. Le si scorgeva dall’alto, tra la boscaglia neppure troppo fitta. Il paesaggio circostante poco a poco cominciava a farsi familiare e così, lentamente, ci si immedesimava con l’ambiente alpino. Di pari passo il peso interiore andava affievolendosi.

Una volta raggiunto il pianoro sul cui limite, lontano, s’intravedeva il rifugio, mi è parso di ritrovarmi in una realtà parallela. Nella vallata, racchiusa tra i monti e protetta dalle pareti rocciose, la vegetazione era particolarmente rigogliosa: il verde luminoso contrastava con le pietre scure, massicce, isolate, che emergevano dal manto erboso, ravvivato dalla presenza di torbiere umide. A chiazze, qua e là, specchi d’acqua cristallina riflettevano le rare nuvole bianche in un cielo azzurro, nitido, purissimo come l’aria che si respirava. Avessi dovuto descrivere l’Eden non avrei trovato esempio più consono.

Delle vacche pascolavano placide ai margini del laghetto. Il suono dei campanacci appesi al collo ci riportava a una dimensione reale, terrena. Un cavallo dal manto gaio conviveva con la mandria, ben mimetizzato con le frisone e con le pezzate: a fatica lo distinguevi tra le bovine… una perfetta metafora odierna.

La serata in rifugio ci ha regalato un cielo stellato mozzafiato, reso ancor più nitido dal freddo pungente. I pensieri negati, le angosce di questa realtà sconvolta dagli interessi di parte, le meschinità dei duri di cuore erano svaniti dinnanzi all’immensità dello spazio siderale e del buio della montagna.

L’esperienza liberatoria però non è rimozione; non è un resettare, un far tabula rasa. Al contrario, e ben lo esprime un mio conterraneo:

«La radicalità con cui la montagna estremizza le nostre flebili volizioni, facendoci facilmente rasentare la morte, o per un mero soffio di vita portandoci a toccare il Paradiso, verde o bianco, azzurro e giallo, multicolore e grigio, quasi con mano fa comprendere a chi diventi elettivo figlio della montagna, che inizio e scelta, anche nella vita quotidiana, stanno inscindibilmente assieme, intrecciati… A indicare come tu sia libero, ma soltanto se ti senta liberato; per intuire quanto tu sia alla libertà gettato, perché solo una persona libera sarà capace di ascoltare ogni libero accadimento di eventi o esseri, cose o emozioni, che l’inesauribile realtà abissale che ci circonda, sempre ulteriore e da invenire, saprà ancora offrire»*.


*TOMATIS, FRANCESCO, Filosofia della montagna, Bompiani, Milano 2005, pp. 91-92.

 

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