Ignorante con Stile
Ironia: vaccino senza controindicazioni

Un manifesto elettorale basta a sedurci?


Una buona parte della tavolata aveva ordinato il risotto ai formaggi, ma io ero l’unico che cominciava a mangiarlo quando gli altri erano ormai a fine della cena. M’accade sovente: mi perdo ad ascoltare e finisco con il ritrovarmi con il piatto pieno.

Ieri sera non è andata diversamente, con l’aggravante di essere a rilento rispetto all’ora stabilita per l’incontro in programma, di cui ho parlato nel penultimo articolo.

La sala, come di consueto poco illuminata, almeno a paragone dei locali alla moda, trasmetteva un’atmosfera un po’ da taverna, un po’ pub d’altri tempi, quasi dickensiano.

A me piace per il senso di familiarità che comunica: pare di essere a casa di amici, alla buona.

L’ambiente si è riempito piuttosto in fretta: molti, davvero tanti, i giovani e i giovanissimi. I “Duemila”, come li connotano mia figlia e i suoi coetanei, che poi hanno soltanto due anni in più ma pare alludano a dei bambini quando parlano di loro.

Il tempo è volato: Luca Occelli, l’attore teatrale che avevo coinvolto per l’evento, ha intervallato le discussioni con letture, con il pathos che lo contraddistingue. Allievo di Ronconi, giusto per dire.

Sguardi attenti, domande, confronti.

C’era chi si metteva “in pausa” per andare a fumare una sigaretta; chi si beveva una birra; altri intervenivano. Certuni, dal bancone, incuriositi, si avvicinavano, per carpire qualche frase, facendosi timidamente spazio nelle retrovie.

Niente formalismi, anzi, molta spontaneità.

I due candidati illustravano intenti, programma, esperienze vissute.

Ed io… che facevo?

Mentre li osservavo, più che riflettere sulla politica indugiavo con i pensieri sui politici.

È plausibile, basilare, scontato riferirsi ai programmi proposti; ma è altrettanto vero che, in ultimo, sono proprio i politici a fare la differenza. Eppure spesso li si conosce – alludo a coloro che si candidano e sono eleggibili nelle nostre circoscrizioni – soltanto dai volti sorridenti accomodanti sereni che spiccano in bella vista negli spazi della propaganda elettorale.

Non so quanti elettori si prendano la briga di andare oltre al mezzo busto che ammicca dal manifesto – magari accompagnato da un motto di spirito, un aforisma, una frase rincuorante –, per invece saperne di più sul loro passato, sulla professione che hanno svolto, su quello che fanno tuttora o che toccherà loro fare qualora non venissero eletti.

Apprendere, insomma, qualcosa in aggiunta al simbolo che li affianca: dei loro gusti, delle passioni, della vita che conducono al di là della politica.

Alla fin fine ci si fa rappresentare da qualcuno di costoro, ma trovo singolare che di frequente neppure si abbia la minima idea del loro carattere, delle amicizie, del vissuto quotidiano.

Ci facciamo bastare – se va bene – un’intervista rilasciata in uno studio televisivo o radiofonico; o ci lasciamo convincere da una stretta di mano, da una pacca sulla spalla, o dall’altrui passaparola.

manifestoDopodiché consegniamo in mano loro il nostro futuro.

Ci si fida dell’appartenenza politica di cui – in questo momento – sono compartecipi. Punto.

Un po’ poco, forse.

 

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Fotografia di Andrea Silvestro
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