Ignorante con Stile
Ironia: vaccino senza controindicazioni

Un tatuaggio è per sempre. Anche se non brilla.


A Bologna è in corso “Stigmata”, una mostra sulla storia del tatuaggio in Italia.

Sono stato a visitarla giorni addietro e ne è valsa la pena.

 

La storia del tatuaggio in Italia

Grafica by Olivia Fercioni; logo by Riccardo Draw Raviola — presso Fercioni Tattoo Studio

Il gran merito dell’iniziativa, a parer mio, sta nel far conoscere quanto fosse diffusa questa pratica nei secoli scorsi senza per forza dover passare tra le patrie galere.

Ci si tatuava fin dagli albori dell’umanità, come ci mostra il buon Otzi – vissuto 5000 anni fa – che ne vantava ben sessantuno; ma pure nel medioevo, durante le missioni di pace che in quel periodo prendevano l’originale nome di crociate.

I nobili cavalieri usavano il tatuaggio come segno distintivo nel caso fosse loro toccata la malaugurata sorte di render l’anima a Dio in terra d’infedeli. In quei frangenti era un attimo perdere collane e catene con le croci, e dunque, privati di altri orpelli della cristianità, soltanto il tatuaggio con simboli religiosi ne poteva attestare la fede, consentendo così la sepoltura in terra consacrata. Già che combattevano una guerra santa… almeno che le spoglie mortali potessero riposare tra cristiani!

Pure i pellegrini a Loreto, meta mariana alquanto ambita prima che le apparizioni ottocentesche e le imitazioni contemporanee ne esautorassero il culto, si facevano fare un tatuaggio di devozione, una sorta di souvenir de voyage in alternativa alle palle di vetro con i fiocchi di neve, alle medagliette e ai santuari in cristalli di sale. Pare avessero anche poteri taumaturgici.

D’innanzi a tradizioni così comprovate ti rendi conto della forza, del peso e della portata dei pregiudizi.

Quando infatti Lombroso studiò il tatuaggio praticato dai delinquenti s’inaugurò a seguire un filone di pensiero che assimilò l’uomo tatuato al tipo losco, al deviato, al poco di buono.

Uno stereotipo duro a morire, frutto di facili generalizzazioni e di sintesi approssimative, come troppo spesso accade. Ma dopotutto…

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Peschi dal calderone dei luoghi comuni a seconda della situazione… e ne tiri fuori risposte preconfezionate che hanno il vantaggio di riscuotere consenso sociale ben più di una considerazione assennata ma magari contro corrente.

Ammetto che anch’io non ne fui indenne, anni lontani.

Mi ricordo che decenni or sono andavo a prendere mia figlia ancora piccolina a scuola, e nel cortile d’ingresso c’era un mio coetaneo completamente tatuato.

Credo fosse uno dei primi che in città palesava il tatuaggio fin sul collo, la nuca e parte del viso.

Ebbene, provavo un misto di interesse, che mi spingeva a osservarlo meglio, unito a una certa diffidenza, che nasceva dal chiedermi qual tipo di persona fosse uno capace di farsi pigmentare la quasi totalità della pelle.

La sua bambina gli correva incontro; si salutavano; lui le prendeva la cartella, e insieme rincasavano come facevamo tutti.

Eppure il preconcetto faticava a dissiparsi, nonostante l’evidenza di assoluta normalità.

Con gli anni cominciai ad interessarmi al genere.

Come ogni aspetto che si impara a conoscere, finii per apprezzarli sia per la loro espressività artistica sia per l’idea di libertà che trasmettono.

Il tatuaggio è un segno distintivo del tutto personale che si sceglie di rendere indelebile e unico sul proprio corpo.

Un gesto di assoluta determinazione, capace di trasformare un lembo di pelle in un’opera estremamente individuale e caratterizzante.

Ma ciò non toglie che i pregiudizi ci contamino, ci ammorbino, s’insinuino in noi condizionandoci, senza giovare in nulla al nostro miglioramento, tanto che un tatuaggio basta a etichettare una persona forse pure più del colore della pelle, dell’orientamento sessuale o della lingua madre parlata, perché mentre questi elementi sono insiti nella natura di ciascuno, quello è il risultato di una decisione volontaria.

Un’aggravante, agli occhi di chi giudica prevenuto.

Eppure addirittura “l’uomo delinquente”, che nelle tavole figurate fatte disegnare dal Lombroso presenta una casistica assai varia sul tatuaggio, aveva il merito di non farseli a caso. Ogni raffigurazione ad inchiostro infatti sottintendeva un preciso nesso con il proprio vissuto o verso i principi personali di riferimento, seppur distanti dalla morale comune.

Voglio dire: perfino un criminale sceglieva con dovizia e con criterio un simbolo o un disegno, perché ogni singolo tatuaggio nascondeva o comunicava una chiave di lettura, un’esperienza, una predisposizione caratteriale.

Quindi – semmai – anziché demonizzare chi si tatua alla stregua di galeotti, è proprio in virtù dell’oculatezza dei criminali che dovremmo pensarci due volte prima di farci un tatuaggio, consapevoli che mentre un risvoltino lo si potrà pur sempre far trasformare da una sartina in un orlo – una volta passata la moda –, un segno indelebile al contrario perpetuerà per tutta la vita il significato del quale si fa portatore.

Sempre che un senso ce l’abbia, altrimenti… sarà l’imperscrutabile che decora la pelle a parlare per noi.

E di noi.

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