Ignorante con Stile
La realtà non supera la fantasia. Quasi mai, perlomeno.

Una brutta fine


Abbiamo assistito in diretta alla scena: la povera ranocchia, carpita dalla serpe, è stata ingoiata nel giro di pochi secondi. Avremmo potuto salvarla? Temo di no, e comunque ci sarebbe da chiedersi quale diritto potevamo rivendicare per sottrarre la giusta mercede al rettile.

Dopotutto in quel posto lontano e sperso tra i monti siamo arrivati nella speranza di strappare da una fine infausta ben altro.

Tutto è partito una settimana addietro: l’occhio mi era caduto su un articolo pubblicato da La Stampa della provincia di Cuneo, con un titolo quanto mai curioso: “Salvare la chiesa o le rane? Dilemma in riva al lago”.

La giornalista informava del pessimo stato in cui versa il santuario della Madonna del lago, presso Alto, ultimo avamposto cuneese ai confini con la Liguria.

Apprendere di una chiesa montana del primo trentennio del Seicento minacciante rovina mi ha toccato il cuore, dato che non ce ne sono abbastanza dalle nostre parti. Perderla mette tristezza, tanto più se fosse per salvaguardare dei rospi, che nell’immaginario religioso sono l’antitesi della salvezza: creature diaboliche, legate ai sabba infernali e all’anticristo. Chiaro che il consentirne la loro sopravvivenza null’altro sarebbe che una sfida alla nostra religiosità e, sotto sotto, una tacita approvazione dei raduni delle streghe, per lo meno delle poche sopravvissute in quelle vallate celebri per la loro caccia e la conseguente repressione.

Ho deciso dunque un’escursione, per sondare sul posto la drammaticità della notizia: non che non mi fidassi della giornalista, ci mancherebbe… anzi, ma i suoi dubbi amletici m’avevano suggestionato e desideravo visionare un edificio sacro tanto antico, di certo frutto dello zelo controriformista.

Raggiunta la destinazione abbiamo avuto modo di constatare che in effetti lì esisteva una cappella seicentesca… sì sì, certo: la si riconosce all’esterno dal tracciato architettonico e dalla struttura in pietra locale. Il fatto è che, in seguito, da mensa Domini si è trasformata in trattoria – mensa omnium –, con un ottimo servizio: ricette del posto, condite con funghi porcini. Un mangiare pur sempre “divino”.

La chiesa, alla quale alludeva l’articolista, invece è dell’ultimo decennio dell’Ottocento. Secolo più secolo meno, e che sarà mai? se non fosse che, sbirciando dalle finestre in barba alla perentoria ordinanza del sindaco, mi è parso di vedere un ambiente piuttosto sobrio.

Peccato, io già pregustavo il trionfo barocco delle chiesette di montagna. Quelle, per intenderci, con i puttini in legno smaltato, cicciottelli e grassocci come i cinghiali dei boschi limitrofi; con le raffigurazioni dei santi e degli angeli dall’incarnito pallido ad eccezione di vistose guance rubiconde, che osservandole ti verrebbe voglia di far loro un pizzicotto; degli altari con le reliquie dei martiri della legione Tebea, che sulle nostre montagne si sprecano: ne son morti talmente tanti che un pezzo d’osso non si nega neppure alla cappella più isolata. Nulla di tutto ciò. Fine secolo XIX: manco il campanile c’era! Voglio dire… una chiesetta tra i monti senza campanile è come una moschea nel deserto senza minareto: qualcosa non quadra.

Neppure il lago che avrebbe dovuto far inabissare l’edificio pareva fare il suo dovere: perlomeno mi sembra azzardato che una pozza d’acqua come quella che vedevamo avrebbe potuto inghiottire la chiesa. Purtroppo nun ‘gna fa. Perché l’idea che si spenda un monte di soldi pubblici per salvaguardarla lascia perplessi.

La pietà popolare la fece costruire dopo la comparsa del lago per intervento divino: la giusta, meritata, auspicabile punizione celeste a un contadino che non osservò il precetto domenicale, e anziché andar a messa lavorò il campo con i buoi. Insomma, se l’era cercata… ben gli è stato! D’altronde a quei tempi il Padreterno non andava molto per il sottile.

La giornalista lascia l’incognita del motivo per cui gli abitanti edificarono il tempio sacro. O per riparare all’infelice scelta del loro compaesano… così s’ingraziavano Domineddio che dava ad intendere d’essere piuttosto fiscale in zona; o per futura memoria, per rammentare in qual sorte s’incorre a non esser un buon cristiano.

Oggidì dovremmo avere più laghi che autostrade, se valesse ancora il medesimo trattamento! Condividi il Tweet

Lo specchio d’acqua pullula di anfibi e di rettili acquatici d’ogni sorta: rospi, rane, tritoni. Alcuni di specie rarissima. Il dramma sarebbe l’inizio di lavori edili previo svuotamento del bacino: animali unici rischierebbero di sparire per sempre. Non so se ci si rende abbastanza conto della mostruosità a cui s’andrebbe incontro.

La galleria fotografica che segue ne ha documentati una piccola parte. Se fossimo saliti in primavera è ovvio che sarebbe molto più ricca di testimonianze.

Mancano all’appello le sirene ma per vederle è necessario affidarsi con generosità al barbera fornito dall’oste della vicina trattoria, ma – dal canto mio – avrei dovuto portarmi appresso un astemio, per il viaggio di ritorno.

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