Ignorante con Stile
La realtà non supera la fantasia. Quasi mai, perlomeno.

Una giornata all’Expo


L’ultima domenica d’agosto andai all’Expo. Un viaggio in pullman organizzato con l’Avis locale, a prezzo concorrenziale, senza neppure l’obbligo di comprare pentole o enciclopedie durante il tragitto. L’Avis ti prende il sangue ma sa essertene riconoscente.

Amici che ancora non hanno goduto di questa imperdibile esperienza mi hanno chiesto delle impressioni e, a questo punto, le lascio anche qui sopra. Premetto di non aver alcun utile dall’organizzazione sulla vendita dei biglietti. Di certo è un’occasione impagabile: vero è che l’assenza delle montagne russe e delle giostrine con i cavalli altalenanti penalizza il luna park, ma in compenso è un’emozione irripetibile farsi fotografare accanto alle vacche in vetroresina a mollo nello stagno, o a fianco di altri animali da fattoria pressoché estinti.

Il padiglione che più m’ha colpito è quello della Santa Sede. Non tratterò d’altri, perché secondo me l’Expo, essendo incentrato sul cibo e sulla nutrizione globale, ha il miglior rappresentante in Santa Romana Chiesa. Questo perché è l’unica in grado di trasformare del semplice pane e del vino in corpo e sangue di Dio, e nessuna come questa Istituzione può rendere bene l’idea nel contesto mondiale. Per la verità mi aspettavo di meglio, almeno in virtù dei tre milioni di Euro spesi per realizzarlo*.

Tutto il padiglione è tinteggiato color “grigio Limbo”, ovvero quel peculiare pigmento utilizzato per spazi che non sono né carne né pesce: non gioiosi come un paradiso e neppure tetri come un inferno; manco angoscianti come una sala d’attesa per l’uno o l’altro ambiente ultraterreno. La scritta all’ingresso ricorda che «Non di solo pane vive l’uomo», ma subito sotto ci sta pure «Dacci oggi il nostro pane», la qual cosa parrebbe in evidente contraddizione. Ovvio che conoscendo la plurisecolare e camaleontica capacità della Chiesa di dire tutto e il contrario di tutto, non fa una piega. D’altronde, se la facciata è un rimando evangelico di natura spirituale, l’uscita è un più concreto riferimento all’immanenza, con l’obolo in bella vista per raccogliere pubblicamente offerte. Mi dev’essere sfuggito il richiamo alle Scritture:

«Te autem faciente eleemosynam, nesciat sinistra tua quid faciat dextera tua, ut sit eleemosyna tua in abscondito, et Pater tuus, qui videt in abscondito, reddet tibi»**

ma mi distraevo con facilità, incantato come un bimbo alle giostre.

Entrando nel padiglione, oltretutto, speravo di vedere un tripudio di marmi e di oro zecchino, dato che non c’è luogo della Chiesa che si rispetti che non sovrabbondi di materiali preziosi. Magari un allestimento a firma di architetti di fama mondiale. Invece ad arredare le pareti c’erano fotografie raffiguranti “I volti della fame”. Tutto subito, pensando a una rassegna di ritratti di coloro che del voto di povertà han fatto una ragione di vita, ho immaginato di godere di una galleria di visi più o meno noti di cardinali, prelati, vescovi e pastori vari. Invece era misera gente sul serio, che la povertà non deve prometterla solennemente insieme alla castità e all’obbedienza. Insomma, coloro che non hanno “merito” perché poveri già ci nascono: facile così guadagnarsi il Paradiso. La metafora del tavolo come mezzo principe di convivialità, di studio, di lavoro, di ricerca, e altresì di transustanziazione, è molto bella: originale, soprattutto. Taglia fuori la larga fetta dei veramente poveri che non hanno neppure i piatti, altro che i tavoli, ma chissenefrega. Mica vengono all’Expo, loro. Al più ci osservano dalle foto alle parete, e ancor grazie!

L’Expo è un coacervo di incoerenze, dove gli Stati più all’avanguardia sbandierano la loro opulenza sfacciatamente e quelli più miseri si accontentano di venderti il caffè. Non può essere diversamente, d’altronde. Non è né più né meno lo specchio della nostra società contemporanea: chi può lo sbandiera senza pudore, gli altri osservano. Alcuni estasiati, altri indifferenti, altri ancora rancorosi, certuni umiliati.

Non vale la pena scandalizzarsi. Beh, forse ci sarebbe da ridire sulla caterva di frutta e di verdura, di forme di formaggi e di insaccati rigorosamente finti, allestiti lungo il decumano. Producono lo stesso disgusto dei fiori di plastica sulle tombe dei cimiteri.

E comunicano il medesimo messaggio, per chi ci passa di fronte.


*http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/08/27/expo-solo-68mila-euro-di-offerte-nel-padiglione-vaticano-e-costato-3-milioni/1986108/
**Vangelo di Matteo, 6.3-4. «Quando invece tu fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, perché la tua elemosina resti segreta; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà».

 


 

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2 Commenti

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    Mancavano i velluti e gli ori perchè, presentandosi a Milano, hanno probabilmente preferito fare un richiamo all’arabesco di Fontana della Triennale ’51, se quelle scritte sul fondo-limbo sono in tubi al neon..

    • Luca Bedino

      “Signori si nasce…”: un rimando dovuto, anche perché la committenza non era solo quella del Pontificio Consiglio della Cultura e della Conferenza episcopale italiana, ma pure l’Arcidiocesi di Milano.

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