Ignorante con Stile
La realtà non supera la fantasia. Quasi mai, perlomeno.

Una pubblica confessione


11182641_10206497335781929_5989139208399799582_o

Appena svegliatomi, ancora intorpidito dal sonno, ho guardato dalla finestra, nella mattina del 24 aprile. Il cielo sereno mi ha aperto il cuore.

Ho guardato i volti della miriade di miei concittadini, la sera del 24 aprile: mi hanno aperto il cuore ancor più.

La jeep del “43 si faceva largo tra la folla, a colpi di clacson. Le persone, con le fiaccole accese, si scansavano: chi applaudiva, chi salutava, chi mostrava ai propri bambini quei fantastici novantenni.

I nostri partigiani. Eroi nell’essere lì, sorridenti, commossi, compartecipi come degli adolescenti.

Il protocollo, pur senza volerlo, è saltato. Gettavo l’occhio e vedevo le autorità: il sindaco, gli assessori, la presidente del Consiglio, i consiglieri mescolati tra la folla. Avrei dovuto riportare l’ordine severo e ingessato nella sfilata. Ma perché? Perché? Gli amministratori erano in mezzo ai cittadini, fianco a fianco, come tutti: era meraviglioso! Per la prima volta – credo di poterlo affermare con sicurezza – in modo spontaneo, naturale, i politici camminavano fianco a fianco con chi rappresentano. Mai la politica ha saputo immedesimarsi in modo tanto genuino, in maniera così familiare con i suoi cittadini!

Quando la jeep s’è fermata davanti alla lapide da scoprire avevo previsto uno spazio che – pensavo a priori – avrebbe dovuto essere “sacrale”, per dare risalto ai protagonisti della Resistenza. E’ accaduto l’esatto contrario: tutti si sono stretti a quella vecchia macchina degli Alleati come solo si sarebbe fatto avvicinandosi ai propri cari, per star loro il più vicino possibile. Ho visto carezze a questi venerandi signori, ho percepito il calore di chi era lì accanto, come se la vicinanza di tanti, tantissimi servisse a dare loro torpore contro la frescura della notte. Continuavo a guardarmi intorno, avido di carpire, di suggere, il pathos unico, eccezionale, inspiegabile che i presenti emanavano: sguardi di gioia, di compartecipazione, di tenerezza. Pensavo a cosa dovettero aver provato i nostri predecessori il giorno della Liberazione della mia città.

Ieri sera il trasporto emotivo era palpabile: dagli occhioni dei bambini al rossore umido degli sguardi degli adulti. Lo intuisci a pelle quando di fronte hai una folla curiosa o, al contrario, percepisci l’empatia di chi ti è a fianco. È come a un matrimonio, a un funerale o a una laurea: chi prova dei sentimenti vivi, accorati, pulsanti, siano di felicità o di compassione o di ammirazione, lo esterna nei tratti del volto, nelle movenze, negli atteggiamenti, ben differenti da coloro che assistono passivi, mossi dalla curiosità e nulla di più.

Una città che è scesa in piazza in maniera tanto massiccia è una città che ama la Resistenza e ciò che significa ancora oggi. E’ incontrovertibile. Lo hanno dimostrato gli abbracci, le strette di mano, i saluti a fine cerimonia. Così pure la festa in piazza: il “bella ciao di mezzanotte” che toccava le corde dell’animo almeno quanto il suono della sirena dell’allarme antiaereo. Un minuto lunghissimo, interminabile, avvolto dal buio totale. Una necessità di cui tutti avvertivamo il bisogno, senza averlo mai saputo prima d’ora. Perché certe esperienze bisogna viverle sulla propria pelle per comprenderne il significato autentico.

Amo follemente la mia città, perché è una città sana, con un cuore che palpita.

Ma penso che, come in un rapporto d’amore, di tanto in tanto dovremmo riconoscere che non sia sufficiente amarla: è necessario farlo sapere… quanto si è fortunati a volerle bene ed a esserne altrettanto ricambiati.

Buon XXV Aprile a tutti!

Fotografia di Marco Bellone

Ti è piaciuto l'articolo? Puoi condividerlo:
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: