Ignorante con Stile
La realtà non supera la fantasia. Quasi mai, perlomeno.

Una questione d’attesa


“Sollevare la cornetta e attendere”. Recita così una targhetta posta sopra un apparecchio telefonico, a ridosso della cancellata della Michelin di Cuneo. Non è necessario neppure comporre un numero. Basta restare lì e aspettare. Qualcuno risponderà.

Donne e uomini, perfino dei bambini e dei pensionati ex operai, gremiscono il piazzale antistante la fabbrica. Le bandiere svolazzano al vento. Ce ne sono di tutti i colori e sigle, da mezzo Piemonte. Intanto, tra comizi, corteo, slogan… loro aspettano.

Cosa? L’incontro con i politici, i sindacati, i rappresentanti di categoria, e i delegati della multinazionale francese, programmato tra qualche giorno.

Provo a immaginare cosa significhi.

Mi viene in mente l’attesa sugli esiti di un esame di laboratorio, che sentenzierà se sono sano o se avrò speranze curandomi, oppure se sarò spacciato. Una busta chiusa, consegnata al medico curante. Io nel suo studio, seduto davanti a lui, con le mani sudaticce, un fremito che mi costringe a battere nervosamente i piedi, il cuore che pulsa sempre più forte man mano che il dottore estrae i fogli, li osserva, li legge. Ne scruto lo sguardo, sforzandomi di cogliere da una smorfia o da una contrazione del volto un segnale, un indizio. Insomma, un risultato prima ancora che lui inizi a parlare.

Li guardavo stamane, queste lavoratrici e questi lavoratori, per capire come stessero vivendo l’attesa.

Che non è come sollevare una cornetta all’ingresso dello stabilimento senza la necessità di comporre il numero.

Li ho fissati nell’obbiettivo: gli sguardi, i rituali, le espressioni. Con diversi ho parlato. Non so se sia riuscito – almeno in parte – a trasmettervi cosa significhi aspettare il responso.

Lo vorrei.

Ma senza dilungarmi a parole.

Immaginiamocelo, comunque.

 

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3 Commenti

  • Interessante. Effettivamente non avevo colto questa prospettiva.
    Ciao alla prossima

  • Luca Bedino

    Ciao Claudio, capisco il tuo punto di vista e probabilmente non sono riuscito a spiegarmi come avrei dovuto. Ci provo in questo commento: un individuo può restare in salute o ammalarsi. Dal mio punto di vista le scelte insane di una multinazionale sono paragonabili a una malattia che colpisce i lavoratori, della quale puoi avvertirne i sintomi in tempo o quando pare sia tardi e ti è ormai piombata addosso. Gli esami di laboratorio, quindi, li ho paragonati a quest’incontro perché diagnosticano la condizione della patologia e, si spera, suggeriscano anche una cura. Che sia una dieta salutare, un intervento chirurgico o una chemioterapia dipende dagli esiti. Ciascuno di noi, dinnanzi al dramma di un responso medico, può reagire in diverso modo: scoraggiandosi o disperandosi, oppure può affrontare il percorso, se del caso lottando con i denti. Ed è risaputo quanto la determinazione e l’appoggio di chi ci sta vicino favoriscano esiti inaspettati, perfino di fronte alla diagnosi all’apparenza più letale.

    Certo, poi ci si può affidare ai discorsi pieni di retorica… che personalmente – per rimarcare l’analogia – mi ricordano le cure omeopatiche. Ieri, dici benissimo tu, la piazza ha dimostrato tutta l’energia e la forza per combattere. E’ stata una prova di coraggio e di voglia di vivere che mi ha colpito molto!

  • Rispetto all’attesa dell’incontro di lunedì, secondo me c’è un po’ di confusione. Fare la comparazione con gli esami di laboratorio mi sembra fuorviante, perché esclude qualsiasi possibilità di intervento per cambiare le cose: mi prelevano il sangue ed io non posso far altro che aspettare, ho un ruolo passivo e dipendo completamente dal parere della controparte.
    Nel caso di ieri la presenza in piazza, invece, ha lo scopo di cambiare le cose, o meglio di mandare un segnale, nemmeno troppo aleatorio e simbolico, che le cose così non vanno. Se ieri in piazza fossimo stati in10, il tavolo di lunedì sarebbe inutile. Il fatto di essere in molti ieri, dà la possibilità alla delegazione che tratterà lunedì di avere un certo peso e mandato politico. Altrimenti, se si pensa che “tanto hanno già deciso”, ieri potevamo starcene a casa a farci i cazzi nostri.
    Claudio, operaio Michelin Cuneo.

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