Ignorante con Stile
La realtà non supera la fantasia. Quasi mai, perlomeno.

Una tazza di tè non andrebbe negata a nessuno


Mi è saltata sotto gli occhi una notizia singolare: il gestore della caffetteria del quotidiano Cumhuriyet, testata in opposizione al presidente turco, è stato arrestato perché ha detto che non avrebbe mai servito un tè a Erdogan. Mi ha colpito che un giornale abbia una caffetteria tutta sua: ero abituato ai film americani con giornalisti intenti a tracannare copiose tazze di caffè servendosi da soli da spillatori concorrenziali a quelli per la birra in Bavaria.

Sul fatto che sia stato arrestato ci sarebbe poco da dire: se l’è cercata. Insomma, se sai che basta una critica per rischiare quattro anni di prigione… te ne stai zitto, anche perché non è che una considerazione simile possa cambiare gli eventi. L’altro resterà al suo posto, pur a digiuno del tuo tè, mentre la gattabuia scandirà i tuoi anni a venire. E quelle turche pare che lascino assai a desiderare nel servizio in camera.

Accade anche nel nostro quotidiano: se mia moglie torna dalla parrucchiera con un taglio infelice me ne guardo bene dal dire qualcosa, perché son consapevole di rischiare pasti a base di minestrine e brodino, come ritorsione. Taccio. Piuttosto aspetto qualche giorno, e poi le mostro una sua fotografia e declamo la precedente pettinatura immortalata nello scatto.

Non ci si rende conto di quanto siamo liberi finché questa condizione viene meno. Condividi il Tweet

Al bar, in pausa caffè, sui social network possiamo prendercela con il Padreterno, con i politici, con le scie chimiche e con chiunque passi a tiro… l’unico danno ipotizzabile è l’opinione che si offre in virtù del tenore dei commenti. Ma pare sia una quisquilia, vista la pervicacia di chi persiste. È il bello di poterci esprimere, senza dover per forza mettere a bollire l’acqua per il tè.

Altri, invece, hanno fatto esperienza di pratiche censorie: succede soprattutto in gruppi chiusi, nel mondo virtuale. Almeno di vivere in Turchia. È bastevole non pensarla come chi l’amministra, oppure scrivere esplicitamente la verità rispetto a commenti viziati da partigianeria per essere attaccati, messi a tacere, magari epurati. I più fanno spallucce – e hanno ragione, si può benissimo vivere senza subire la tracotanza degli arroganti – e proseguono sulla propria strada, ricordando con un sorriso misto a pietà l’esperienza subita.

Mi chiedo però quanto differente sarebbe la vita per chiunque, se soltanto quegli altri – i capetti della tastiera – avessero un minimo di potere in più rispetto a “suonarsela e cantarsela” in una comunità di Facebook.

A Sciascia è attribuita la frase:

«Quando tra gl’imbecilli ed i furbi si stabilisce un’alleanza, state bene attenti che il fascismo è alle porte»*.

C’è di che pensare. Sorseggiando del tè bollente.

I sintomi sono riconoscibili con una certa facilità:

1. Intolleranza verso il pensiero altrui.

È sacrosanto non avere tutti la stessa opinione, ma se la tua viene zittita, magari senza neppure motivarne la ragione, o lo si fa con scuse risibili… è bene diffidare da questi interlocutori.

2. Imposizione delle proprie vedute senza ammettere contraddittorio.

È un metodo tipico che si connota spesso con l’uso di imperativi e di frasi dirette, sentenziate come se fossero massime di fede.

3. Denigrazione gratuita dell’antagonista.

Si attacca l’altro, ridicolizzandolo: il fine è illudersi di screditare il destinatario. Ogni metodo è utile all’occorrenza.

4. Creazione di uno “spirito di corpo” con il quale si fa leva partendo da “un noi” contro “loro”.

Manco a dirlo, “gli altri”, di volta in volta, sono categorie differenti, che si rispolverano alla bisogna quando è necessario aggregare il gregge o il branco, per scopi difensivi o offensivi. Nella guerra tra poveri funziona piuttosto bene. Anche perché l’elemento di punta è la vigliaccheria: non se la prendono contro gruppi di potere o individui capaci di replica: le prede non hanno possibilità di difesa. Sono bersagli e basta.

5. Esaltazione a oltranza di un passato nostalgico.

È un connotato peculiare: s’insiste sui ricordi dei “bei tempi che furono” soltanto per infierire sul presente e azzardare ogni sciagura possibile per il futuro. È una pratica subdola, che strumentalizza l’emotività a scapito della ragione, guardandosi bene nel dare una visione oggettiva dei contesti storici d’un tempo rispetto agli attuali.

*   *   *

Purtroppo l’autorevole detrattore di costoro – Umberto Eco – da quest’anno ci ha lasciati orfani. Così l’augurio che mi faccio per l’anno a venire è che il rimedio più salutare rimanga il vecchio adagio:

«Una risata vi seppellirà».

Nella speranza che possa bastare.

__________

*Non mi è stato possibile verificare la fonte: manca nella prima edizione. La frase dovrebbe essere riportata in MARCELLE PADOVANI, La Sicilia come metafora, Mondadori, Milano 1989, p. 85 (?).
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1 Commento

  • ciao Lucaaaa!!!!
    diciamo che l’essere acidi, saccenti e negativi si pensa che porti notorietà e consensi…
    Fin quando ci saranno i pecoroni che gli vanno dietro continuerà a essere cosi…
    cosi succede anche nei luoghi virtuali per avere like e commenti…
    sbaciuzz!

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