Ignorante con Stile
Ironia: vaccino senza controindicazioni

“Uno è compagnia, due è folla e tre è un party”.


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Le esagerazioni fanno male. Tutte e sempre. Dagli eccessi di fede, che portano ai roghi, fino alla mattanza di maialini per le feste popolari, immolati per le migliori intenzioni ma con esiti inattesi.

Ben lo sa la città dove vivo, che non a caso si guarda bene dall’esagerare, anche e soprattutto per ciò che riguarda il tempo libero. Infatti generalmente i locali nel centro storico hanno il buon senso di chiudere prima di cena, salvo sporadiche eccezioni. In questo modo si evita la triste piaga dell’alcolismo; l’assenteismo maschile dalle mura domestiche; la disdicevole tentazione delle donne di girovagare con il favore delle tenebre. Ne giova sia la reputazione della collettività, che spicca per morigeratezza dei costumi e allevia di non poco i preti dalle fatiche delle confessioni; sia il portafoglio delle famiglie, che così possono investire quanto risparmiano dalle colossali bevute in libri per i figli, in visite ai musei, in visioni al cineforum.

Siccome sarebbe un’esagerazione altrettanto perniciosa il negare del tutto una bevutina in compagnia una volta all’anno, ecco che per alcune settimane viene riproposta l’usanza di ritrovarsi nelle vie del centro, in centellinati (per fortuna!) venerdì sera.

È stata appositamente denominata  “Aperitivando”. L’originalità del nome non distoglie dal gran vantaggio di evitare fraintendimenti, perché di solito se ci si raduna sulla via Maestra in occasioni che non siano il mercato del mercoledì mattina o le sfilate di leva, è per mettersi in processione, in ordinata e composta fila, intonando inni a Domineddio o santi affini. Con un appellativo simile invece si esce di casa consapevoli che lo spirito di vino sostituirà l’altro, per una volta tanto.

Qualora la tradizione continuasse negli anni a venire, come c’è da augurarsi di cuore e a dita incrociate – perché funziona, e spesso questo ne determina la fine per ragioni imperscrutabili ma reali – le future generazioni avranno un’opportunità che ai contemporanei è mancata: quella cioè di proporre una rievocazione ormai “storica” senza bisogno d’inventarsene di strampalate che non stanno né in cielo né in terra.

Uno dei più sfacciati pregi dell’evento è che consente di rivivere una sorta di festa, come accade con il carnevale. Ovvero, una pausa di allegria e di gaiezza prima del grigiore quaresimale. Terminato l’evento i cespugli aridi riprendono a rotolare per le vie impolverate, mentre il venticello estivo fa scricchiolare i battenti arrugginiti dei saloon. Avviene una sera alla settimana, come è giusto che sia: due potrebbero indurre all’abitudine, ed è notorio quanto sia deleteria. Fa perdere spontaneità e crea assuefazione. Da noi, ad esempio, ci si è abituati ad usufruire di una piscina e di un cinema – che son lussi non da poco in una città di venticinquemila abitanti – e la conseguenza è che si finisce per non darne manco più conto. Ci si fa “il callo”, insomma.

La scelta di proporre agli avventori un’opportunità simile fa a suo modo la pari con quella che ci si ritrova ad affrontare allorché si debba far castrare un gatto: «È meglio fargli provare prima il piacere di un’avventura galante – che poi però rimpiangerà perché non potrà più reiterarla – oppure privarlo di questa giocondità perché almeno, non avendone avuta esperienza, non saprà ciò che si è perso?». In questo caso s’è deciso saggiamente per la prima opzione: dopo Aperitivando… il nulla  – per dodici mesi (scelta salomonica il non cassarla per sempre), così perlomeno fino all’anno scorso. Per l’avvenire l’incognita sarà nelle mani della provvidenza. Passeggiando per la città si gode del ricordo dei locali aperti, della folla per strada, della convivialità reciproca. E si attende l’evento a venire con trepidazione, segnandocelo subito sul calendario ancora intonso, all’inizio di ogni nuovo anno.

Comunque, almeno a mio modestissimo parere, ciò che più conta di questa iniziativa è l’incommensurabile piacere di ritrovare l’umanità per strada, richiamata dalla musica, dall’opportunità di sedersi a un tavolino tra amici direttamente sulla via anziché nel chiuso dei locali, di percepire l’anima sorridente e gioviale dei propri concittadini. È una sensazione che fatico a cogliere dietro lo schermo di un computer, anche quando commento in un gruppo “social” o se rispondo a un messaggio di un amico. Niente da fare, l’espressione di stupore, di gioia o di contrarietà di chi mi trovo dinnanzi per strada a me dà ancora e sempre più soddisfazione di cento like cliccati su un post.

 

 

Immagine di Pieter Bruegel il Vecchio, La lotta tra Carnevale e Quaresima, 1559.

 

Il titolo è una citazione di Andy Warhol.

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