Ignorante con Stile
Ironia: vaccino senza controindicazioni

Viene come la pioggia dal ciel quando meno te l’aspetti


Tutto inizia con un lieve fastidio, dapprima poco significativo.

«Reggerò, ce la posso fare», ti viene da pensare. Non ci fai troppo caso. Confidi, insomma, sulla capacità di autocontrollo dei tuoi stimoli. E in effetti tutto subito pare funzionare. Continui a chiacchierare o a passeggiare, o a fare qualunque altra incombenza.

Dopo un po’ il fastidio si trasforma in una sorta di prurito. Nei bambini si accompagna a un massaggio istintivo, al punto di destare l’attenzione dei genitori a casa o della maestra all’asilo che t’invitano ad andare in bagno.

Il problema è che spesso ci si dimentica di quel ricordo lontano e s’ignora il campanello d’allarme.

Ciò può accadere nei frangenti meno opportuni, quando intorno non hai a disposizione un luogo deputato alla minzione: i locali pubblici con la toilette son già chiusi; gli orinatoi dell’autogrill li hai appena superati; non si scorge uno straccio di vespasiano nella zona.

Ecco che la pulsione si fa acuta. Un dolore sempre più fitto, perfino lancinante, ti trafigge, ti contorce… cattura ogni tuo pensiero.

Stringi le gambe, trattieni il fiato, acceleri la camminata sperando di raggiungere il prima possibile l’abitazione. Ma niente da fare: l’impellenza di sfogare la vescica si fa ancor più radicale.

Realizzi che soltanto una manciata di secondi ti separa da una tragedia immane: o esploderai come la rana nella favola di Fedro o emulerai le cascate del Niagara a beneficio delle tue braghe.

Ti guardi intorno alla ricerca di un anfratto, di un cespuglio, di una qualsivoglia soluzione capace di coniugare l’impellenza del momento con la garanzia di non finire alla berlina dei passanti.

Puoi essere l’uomo più pudico del mondo; il signore più raffinato della società; il cittadino più probo sulla faccia della terra… ma in quel maledetto, sciagurato, inaspettato frangente non c’è ritengo, galateo e morale che tenga.

Sei da biasimare per non aver prevenuto in tempo la tragedia, ma – a parer mio – l’universale comprensione è d’obbligo quando si paventa una simile avversità.

Cotanto dolore è ripagato da un piacere liberatorio che non teme rivali nell’umana esperienza.

*  *  *

Ora… un uomo è solito dar sfogo alle vie urinarie con disinvolta noncuranza in una piazza della mia città.

Prima siede solitario su una panchina, in compagnia di lattine di birra.

La bevanda vanta svariati meriti, e anch’io sono tra i suoi estimatori.

Come più o meno per tutto in questa valle di lacrime, non si può pretendere che goda di soli vantaggi. L’inconveniente più eclatante è proprio la capacità di stimolare la minzione, ma a nessuno verrebbe in mente di portarsi appresso un pappagallo per espletare il travaso dall’interno all’esterno.

Costui s’immagina che sia naturale, accettabile, e forse pure lecito, adempiere alle proprie funzioni usufruendo di una struttura poco lontana dalla piazza.

Il fatto è che questa non nacque come vespasiano ma – va detto – per chi non ha troppa dimestichezza con le opere commemorative essa si presta a un certo fraintendimento.

Si tratta di una serie di spesse lastre in pietra messe “a coltello”, allineate le une alle altre per una lunghezza di una decina di metri, a raggiera. La disposizione di queste file è – per uno strano scherzo del destino – proprio congeniale: sono alte abbastanza per celare le proprie “vergogne” ma non al punto di occultare la vista sulla zona circostante; inoltre la sistemazione a raggiera si direbbe un invito a infilarsi in uno dei tanti percorsi che da larghi si fanno sempre più stretti.

Sotto un’ottica squisitamente artistica credo che a nessuno dotato di un minimo di buon gusto verrebbe mai in mente di profanare l’estetica del complesso commemorativo, ma soltanto perché già di suo è penoso a sufficienza.

Si tratta però del monumento alla Resistenza.

L’artefice dell’opera pensò a queste lastre in pietra come rimando simbolico alle vallate montane sulle quali i partigiani combatterono per la libertà dal nazifascismo. Vennero scolpiti i nomi di ciascuna a lato: non saprei dire se per perpetuarne la memoria o se per dissuadere i passanti dall’idea che si trattasse davvero di un moderno, singolare, originale orinatoio.

Non si urina in giro. Men che meno sul monumento alla Resistenza!

Chi mi conosce sa quanto senta mio l’antifascismo e quanto sia pedante in merito al bon ton.

Nel contempo però mi viene in mente il ricordo di un ragazzo ospite di un secolare centro d’accoglienza per chi aveva problemi fisici o mentali. In città, bonariamente e senza alcun spregio, un tempo li si chiamava “i deficienti”, usando il dialetto per connotarli.

Tanto io quanto molti altri siam stati spettatori parecchie volte di suoi spettacoli piuttosto “arditi”.

Quando al giovane veniva lo stimolo di espletare sostanze corporee ben più consistenti delle liquide si sistemava nella prima aiuola che gli veniva a tiro, fosse anche un prato verde; si calava le braghe e, con una noncuranza degna dell’animo più puro e semplice, deponeva i bisogni, come la gallina l’uovo.

Subito dopo si rivestiva e con serena indifferenza riprendeva il cammino, talvolta borbottando tra sé e sé.

Non mi è mai accaduto invece di vedere notabili cittadini, insigni ecclesiastici, rispettabili gentiluomini fare altrettanto, eppure non ho motivo di dubitare che pure a loro accada, almeno di tanto in tanto, di spurgarsi le viscere dal di più.

Tendo a pensare quindi – ma senza la presunzione d’aver ragione – che chi si comporta così non lo faccia per sprezzo alla lotta di liberazione nazionale; per esibire virtuosismi di getti e fontanelle con acrobatiche evoluzioni; per evitare di sporcare la latrina domestica.

Non conoscendolo di persona non posso giudicare quale che sia la causa di questo biasimevole vezzo, ma mi vien da supporre che qualche problema lo abbia.

Magari molto più semplice di quanto non s’immagini: ignora che quella struttura sia un monumento solenne, e crede in cuor suo che nessuno avrebbe da ridire per un uso tanto naturale.

Le soluzioni potrebbero essere due: far capire l’importanza del monumento abbellendolo e impreziosendolo, della qual cosa peraltro avrebbe giovamento la comunità tutta, oppure rendere edotto l’uomo dell’inopportunità di questa sua abitudine.

Il massimo, poi, consisterebbe nel fare entrambe le cose.

A questo punto sarei perfino grato a costui per aver sollevato, suo malgrado, l’attenzione sulla Resistenza.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: