Ignorante con Stile
Ironia: vaccino senza controindicazioni

«Voglio la mamma». Ma l’erba voglio non cresce neppure nel giardino del re.


Articolo

Sul giornale che ha la compiacenza di farmi scrivere settimanalmente per mostrare al mondo che i giornalisti sono un’altra cosa, ho fatto il resoconto della venuta di Adinolfi nella mia città. Sarei andato a sentirlo anche senza l’incarico di redigere l’articolo e ciò dà la misura di quanto sia intensa la mia vita sociale nel tempo libero! Comunque avevo la fregola di incontrarlo dal vivo. La stessa smania che potrei percepire trovandomi a tu per tu con un profeta, un messia, un nuovo apostolo. D’altronde non è salutare circondarci soltanto di persone che la pensano come noi: finiremmo per convincerci di avere sempre ragione, e a forza di consensi ci s’illude pure d’essere infallibili. Il maître à penser dei difensori di certa osservanza tridentina dava per assodato che noi 36 ascoltatori, una parte venuta pure da fuori, fossimo in celestiale sintonia con lui, infatti ha confessato agli astanti di sentirsi tra persone amiche, rispetto a quando viene scortato a causa dei sobillatori. Mi spiace deluderlo ma, per il poco o nulla che possa contare, io non faccio parte della congrega. Troppo indegno.

Non l’ho smentito in sala perché sono un timido.

Inoltre a disincantarlo avrei mancato di senso d’ospitalità.

Infine c’era gente più grossa di me tra i presenti.

Bell’incontro comunque: poco dopo il suo esordio ho avvertito una singolare ebrezza. Mi sembrava di essere salito sulla macchina del tempo – viaggio a ritroso – e di ritrovarmi in piena età della Controriforma. Fantastico. Nel procedere dell’omiletica addirittura avvertivo il suadente profumo di carne arsa al rogo; il rimbombare delle cannonate a Lepanto; il crepitio del fuoco che incenerisce i libri proibiti. Emozionante.

Mi ha colpito la sua umiltà, travolgente. Seconda solo al gran senso dell’umorismo, come quando ha detto di sentirsi arrogante perché l’impresa letteraria che presentava, il Bignami ad uso dell’ortodossia tradizionalista, è “l’attestazione della Verità”. Un po’… un po’ ti cala il mento. Resti con la bocca socchiusa, gli occhi sgranati, il fiato corto. Ti dai un pizzicotto, per sincerarti di non essere sul monte Tabor, testimone diretto di una nuova trasfigurazione. No, stai ancora seduto in quel capiente salone dove la predica echeggia e rimbomba tra le volte. Adesso affini l’udito: sei consapevole del privilegio riservatoti dalla sorte; ops… dalla provvidenza. Una delle verità incontrovertibili – ab ovo usque ad mala – è che i neonati nascano da un uomo e da una donna, da un padre e da una madre. Da qui il perché la sua summa s’intitoli: “Voglio la mamma”. E io che pensavo fosse una trovata editoriale per far leva sull’italica indole di mammoni, universalmente notoria: che ingenuo!

E ancor più mi son sentito ingenuo nel credere che, alla stregua di tutti i mammiferi, nascessimo da uno spermatozoo e da un ovulo. Poco importa come. Cioè se si venga concepiti in modo istintivo come usano gli animali, magari più originale in virtù di qualche raffinato gioco erotico, o per la mediazione di un terzo; oppure se per via extra naturale grazie all’annuncio di un angelo venuto dal Cielo; se non in un laboratorio o con la collaborazione di grembi altrui. D’altro verso non riuscirei a connotare come “papà” un violentatore o come “mamma” una donna malauguratamente stuprata. Mentre al contrario definirei senza alcuna remora “padre” e “madre” chi mi avesse adottato tirandomi fuori da un orfanotrofio, sebbene l’uomo a cui devo il mio DNA sia un altro, così pure la donna che m’aveva messo al mondo; né riterrei meno genitore chi mi ha allevato e mi vuol bene anche se “l’eroica impresa” a monte l’avesse compiuta il testimone di nozze.

Ma non voglio dilungarmi su queste argomentazioni, trattate con gran più perizia perfino da un ragazzino che abbia assolto la scuola dell’obbligo, tanto son banali.

Eppure la veritas dell’emulo tomista si fonda su questa premessa. Lascio immaginare il seguito, che risparmio per amor di patria. Dopotutto verità non ne ho di certo da contrapporre. Arranco nell’ignoranza.

Però mi ha colpito che il nuovo giornale che dall’anno venturo risolverà le sorti della nostra società edonista e secolarizzata Adinolfi lo chiamerà “La Croce”. Un rimando a papa Ratzinger, il quale sosteneva che “in nessun altro luogo l’uomo può meglio rendersi conto di quanto egli valga, che guardandosi nello specchio della croce”. Sarà. Non ho la pretesa di confutare il romano pontefice di gloriosa memoria, ma in merito alla tematica tanto osteggiata dal relatore, e al dovere di opporsi con tutte le forze contro le rivendicazione delle coppie omosessuali – “non praevalebunt!!!” così ha proferito Adinolfi con caritatevole trasporto -, mi vengono in mente le parole del successore di Benedetto XVI, papa Francesco: «Chi son io per giudicare un gay?».

Ad onor del vero era in viaggio e non parlava ex cathedra; ciò non di meno…

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