Ignorante con Stile
Ironia: vaccino senza controindicazioni

Vorrei girare il cielo come le rondini


 

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Chissà, immagino non accada solo a me di invitare qualcuno e poi essere redarguito a posteriori che non avrei dovuto farlo perché la casa non era in ordine. In tal caso rispondo con uno sguardo tra il trasognato e il finto tonto, aggiungendo un – ma figurati… era tutto a posto! -. Le fisime delle donne in merito all’economia domestica e al pericolo che un velo di polvere possa inficiare la nomea di adeguata padrona di casa sono proverbiali, anche quando lo spirito d’accoglienza surclassa di gran lunga la modestia dell’abitazione o il contesto non per forza al rango di una villa palladiana o di una residenza di charme. Ovvio che sarei il primo a evitare di portare a casa delle persone se ritenessi di non essere all’altezza di un dignitoso senso di ospitalità: cadrei nel ridicolo o nella mala creanza se facessi accomodare chi venisse a trovarmi su sedie sghembe, tutto intorno pareti scrostate, servendo acqua del rubinetto e caffè solubile perché la dispensa è sprovvista del necessario.

Dico questo perché ultimamente si fa un gran vociare di turismo nella mia città. La colpa è delle rondini, che con la primavera sono arrivate in gran quantità e si posano garrule sui fili della luce: tante presenze da fuori aprono il cuore e, di rimando, inducono a pensare che se transitano fin qui degli uccelli così graziosi, nulla vieta di considerare la seducente possibilità che arrivino pure dei cristiani. Mi si può obbiettare con ragionevole oggettività che tutti gli anni giunge la primavera e con questa le rondini, da che mondo è mondo e Noè ebbe il buon senso di portarsene una coppia nell’arca, a suo tempo. Inoppugnabile considerazione. Ma è pur vero che non tutte le primavere sono uguali: ve n’è di speciali, caratterizzanti, perché il venticello che spira si porta appresso quell’arietta frizzante, di cambiamento, che stimola la sensibilità e ci fa vedere la realtà con occhi differenti. È un fenomeno ciclico, come se di quando in quando – chessò? dopo un lustro – la stagione che apre l’anno sia foriera di novità e di mutamenti, o così ci piace sperare.
Resta il fatto che le rondini arrivino qui e trovino tanto di fili su cui fermarsi. Buon per loro. Se non ci fossero i pali della luce sarebbe più problematico, ecco. Non è un caso che le cicogne, ad esempio, trascurino i nostri luoghi e preferiscano gli opulenti comignoli del castello reale di Racconigi disdegnando i nostri, più sommessi. Posto che vai, uccello che trovi, verrebbe da chiosare.

Tutta questa tiritela per arrivare all’analogia con l’ospitalità casalinga e quella cittadina. Sono l’ultimo tra i mortali in diritto d’insegnare cosa significhi fare turismo. Però condivido il desiderio di vedere visitata la mia città, con lo stesso spirito con cui mi piace aprire le porte di casa a chi passa a trovarmi.
Qui siamo fortunati perché c’è veramente tanta bella gente: persone di piacevole aspetto, curate, che si presentano davvero bene, che fanno insomma una gran figura. E già è un ottimo biglietto da visita. A me, pur ammirando e godendo della vista di tante e tanti concittadini fascinosi, non dispiace l’idea di incrociare per strada o nei locali dei volti nuovi, giusto per ravvivare con un po’ di novità il parterre locale. La bellezza fa bene all’anima. Il fatto è che per accogliere i nuovi venuti e lasciare loro una salutare impressione credo ci voglia una predisposizione che vada oltre le migliori intenzioni di aprire botteghe, chiese, caffè e ristoranti ai futuri visitatori. Sono convinto che debba esserci un’ambizione prioritaria, un senso d’identità e d’appartenenza alla base, oltre all’indispensabile professionalità che in senso domestico da me si definisce “arte del saper ricevere”.
Se le vie del centro storico sono imbrattate di manifesti, locandine, cartacce; se i locali fanno a gara per chiudere in prima serata; se a entrare in certi negozi pare di fare un dispiacere al proprietario… beh, la vedo un po’ dura come base di partenza. Non penso occorra la bacchetta magica o l’intervento divino per modificare questa realtà. Potrebbe essere utile anche solo spostarsi, mettersi in viaggio e calarsi nei panni di un turista. Senza andare in mete esotiche o in pellegrinaggi spirituali a questo o quel santuario, basterebbe visitare località non troppo dissimili dalle nostre e neppure troppo distanti. Cosa si scoprirebbe? Beh, innanzitutto quanto sia piacevole, ad esempio, percorrere a piedi un centro storico pedonale. Perché il visitatore ama alzare il naso all’insù. Già, chi l’avrebbe mai detto? Eppure è proprio così! Guarda i frontoni dei palazzi, le arcate e i terrazzi in affaccio, le meridiane e le edicole sacre, le iscrizioni e le architetture. E se lo può fare senza la preoccupazione di essere asfaltato, lo apprezza. Il turista inoltre trova un viscerale, sentito, epidermico piacere nel sedersi ogni tanto, sennò farebbe il maratoneta: che siano delle comode panchine o delle sedie di un Caffè, giova a chi si sposta ritagliarsi una pausa e ammirare il contesto che lo circonda, sorseggiandosi un caffè o bevendo una bibita. E più si trova al centro degli spazi aperti… maggiore e amplia è la visuale che lo gratifica… meglio è. Infine chi si sposta non disdegna d’incontrare dove si dirige un po’ di vita, di movimento, di attività: sia un musicante che strimpella sia un venditore di ammennicoli sia il produttore di specificità del territorio che sta visitando… l’importante è avere l’ineluttabile conferma di non essersi sbagliato e che davvero non si è finiti in un eremo, in un deserto o in un luogo infestato da un’epidemia di peste oppure succube del coprifuoco. I primi chiamati ad alzare i propri rispettabili glutei dalla terra natia per mettersi in cammino dovrebbero essere coloro che dal turismo ne trarranno vantaggi economici e commerciali: potrebbero scoprire quanto bello sia uscire da un cinema alla sera o fare due passi all’aperto e trovare un locale con le saracinesche alzate, le luci accese, la macchinetta del caffè ancora da pulire e – esageriamo – della musica in sottofondo. O appurare che nei centri storici resi pedonali i bar non sono tristemente vuoti anzi, esattamente il contrario, e che se fermassero un residente e gli domandassero se si senta penalizzato perché non può parcheggiare la propria macchina davanti al bar per un caffè potrebbero ricevere in risposta una sonora risata, accompagnata da una frase come: – ma sta scherzando o dice sul serio? – . Guardarsi intorno, nel meraviglioso mondo che si dischiude varcando le colonne d’Ercole o quella della Madonna di Cussanio; oltrepassando il fiume Stura che lambisce le nostre terre usando i ponti fatti apposta per collegarci con altri territori sconosciuti; salendo su un treno con un biglietto da 5.75 euro; o, infine, addentrandosi con il favore delle tenebre nelle città limitrofe… tutto ciò potrebbe far capire che i fili della luce non servono soltanto a condurre elettricità.

 

“Vorrei girare il cielo come le rondini
E ogni tanto fermarmi qua e là…”,
da “Le rondini”, Lucio Dalla.

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