Ignorante con Stile
Ironia: vaccino senza controindicazioni

Wanted


Identificato, segnalato, registrato. I connotati da delinquente nato li ho, per la gioia di certa fisiognomica ottocentesca. Il movente è un attimo trovarlo. Dopotutto la schedatura penale non è che un’integrazione della rintracciabilità tramite tessera sanitaria, bancomat, carta di credito, navigazioni sul web e badge lavorativo. Beh, per quest’ultimo almeno fino a quando le ore saranno computate, poi – si sa – il tempo retribuito verrà sostituito dal volontariato permanente.

È accaduto nel carcere della mia città, ma nulla d’inquietante… si trattava di un evento – il Natale di Barabba – pensato apposta per farci conoscere la struttura penitenziaria. Dal di dentro, perché da fuori è impossibile non vederla: sta in pieno centro storico. Da oltre mezzo millennio ha assolto questa funzione: un tempo accoglieva le recluse di clausura, buona parte spedite lì dalle famiglie, come oggi si farebbe con materiali non stoccabili regolarmente. Accadeva grazie a una sentenza inappellabile: ergastolo senza ulteriori gradi di giudizio. La colpa? Essere donne. Un peso mantenerle in casa; peggio dar loro una dote congrua per maritarsi; un’opportunità consacrarle a Dio per sempre. Avrebbero espiato i peccati di tutto il parentado: una sorta di assicurazione per l’Aldilà.

Dopo l’arrivo di Napoleone, «… il mio liberatore!» – così esclamò all’epoca una mia concittadina, l’ex monaca cistercense Giuseppina Falletti dei conti di Torre d’Usson -, divenne carcere per i delinquenti patentati, i quali almeno avrebbero avuto un’opportunità d’uscita, presto o tardi. Infine si è trasformato in una moderna casa circondariale all’avanguardia nei progetti d’integrazione e di riqualificazione dei suoi ospiti. Di recente un direttore straordinario per apertura culturale e larghezza di vedute sta compiendo miracoli, tanto che i primi a essere redenti dalle sbarre e dalle inferriate mentali siamo noi di fuori, i bravi borghesi benpensanti.

Ho visto le celle – quelle in uso fino a dieci anni fa – anguste ed essenziali nella loro nudità; il cortile circondato da mura; perfino – buttando l’occhio in una stanza di servizio chiusa ma con la porta a vetri – le manette con le quali si trasportano i detenuti. Stavano appese a una bacheca, una accanto all’altra. Fanno un’impressione diversa rispetto alle simili esposte nelle vetrine dei negozi per “trovar diletto”. Come le chiavi per aprire gli accessi blindati non rimandano a quelle di san Pietro appoggiate su una nuvoletta, o ad altre per aprire una cintura di castità lasciate sotto il tappeto di casa.

Spesso si sente dire che chi è in prigione viva da Nababbo, oggidì. Bisogna provare a girare tra questi ambienti; pensare a quando ci si sveglia al mattino e si sa d’andare incontro a giornate tutte uguali; o immaginare cosa si provi nel sentire i suoni, la vita quotidiana, il viavai delle macchine provenire dal di fuori mentre tu sei limitato da uno spazio che non si dilata mai.

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A me viene “il groppo in gola” ogni volta che mi riscontro prigioniero di un certo modo di pensare; quando percepisco un confine mentale – una muraglia ideologica con filo spinato – che non consente di andar oltre; allorché la mia libertà di espressione e di pensiero deve fare i conti con taluni limiti imposti dal contesto sociale, dai doveri professionali o pur solo dal quieto vivere: è lacerante. Come quando la coscienza fa da sentinella per impedirci di evadere da regole non sempre giuste ma obbligate; la disciplina dell’informazione impone notizie secondo piani che neppure immagini; la pena da scontare grava, in certi frangenti, per una vita che non sempre è quella che avresti voluto.

Ebbene, constatare che perfino nella prigionia classica, di Stato, si trovi talvolta il modo per mutare questa condizione forzata in un’ottica positiva e di affrancamento, nonostante i vincoli e le contingenze del caso, come sta accadendo con queste esperienze recenti… è più di una boccata d’ossigeno durante l’ora d’aria: comprendi quanto rincorrere la libertà sia possibile se la volontà di riscatto è più forte della palla di piombo che hai ai piedi.

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Photo by Davide Dutto

Fotografia di copertina di Attilio Mancino.
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