Ignorante con Stile
Ironia: vaccino senza controindicazioni

Zucche vuote e zucche a mani giunte


Ero uscito nel secondo pomeriggio a fare due passi in centro.

L’aria era fresca, per nulla fredda, e l’andirivieni dei passanti invogliava a indugiare sotto i portici, senza fretta. Eppure percepivo un disagio diffuso, come se l’atmosfera fosse permeata da una presenza impalpabile ma nel contempo pulsante. La medesima sensazione che si avverte quando uno spettro, un fantasma o comunque lo spirito di qualche dannato ti aleggia intorno.

Intuisci l’entità senza vederla: è un sentirsi fissati alle spalle da occhi a te ignari, mentre cammini.

Ovunque bambini e ragazzi andavano su e giù vestiti da morti viventi, scheletri, streghe e ogni qual creatura che un immaginario infausto possa concepire.

Un non so ché di tetro, di spiacevole, d’orripilante s’insinuava nell’animo udendo il vociare dei pargoli. Turbava la mia sensibilità, scossa per questa inusuale rappresentazione uscita dai peggiori libri dell’orrore.

La serenità e la gaiezza dell’infanzia, che s’intravede nei piccini quando in fila ordinata e compunta escono dalla scuola per un’escursione nelle vie cittadine, adesso era ottenebrata dalle strida di coloro che incarnavano i non vivi. Scorgevo l’abisso della perdizione nei loro volti tragicamente deturpati da trucchi pesanti, da cicatrici simulate, da sguardi sbiancati dalla cipria o arrossati dal sangue finto, con gli occhi segnati da contorni neri e cupi.

Scosso dalla situazione, una volta rincasato ho cercato sollievo nelle buone letture. E ben ho fatto a riporre lo spirito travagliato nelle righe consolatorie del quotidiano dei vescovi italiani. Infatti Avvenire ha fornito una degna, chiara e incontestabile risposta al disagio da me provato nelle ore antecedenti.

Halloween: «Il diavolo veste i panni dell’occulto».

L’articolo, imperdibile, da leggersi con avidità, mi ha pure disvelato, nolente, cosa fosse l’odore che nel centro storico m’arrivava alle narici: era zolfo! Satanasso aleggiava ovunque, e i fanciulli inconsapevoli gli rendevano onore, con la complicità di parecchie madri e di alcuni padri, ignari di quanto facessero il gioco di Belzebù.

L’intervistato è il presidente dell’associazione degli esorcisti, padre Bamonte.

Mica chicchessia: addirittura il presidente. Se lo dice lui, c’è da crederci.

Finalmente, con il cuore in pace, ho deciso di approfondire un po’ l’argomento, non prima di essermi assicurato dell’acqua benedetta, da tenere a portata di mano per aspergere con il dovuto zelo qualsivoglia bambino intento a suonarmi il campanello per domandare “dolcetto o scherzetto?”.

«Exsúrgat Deus

et dissipéntur inimíci ejus:

et fúgiant qui odérunt eum a fácie ejus».

Ho così appurato che una certa fetta di cattolici – minoritaria, amo sperare – condanna la festa di Halloween con lo stesso ardore con cui la Chiesa avversa le ingiustizie e le ineguaglianze nel mondo. E forse con ancor più energia, come è giusto per le cause nobili quale il metter in guardia i fedeli dai demoni infernali.

Nel contempo difende la sacralità della festa dei morti, consegnataci dalla tradizione del passato.

Giusto, giustissimo. Era una gran bella festa, davvero parecchio. Me la ricordo, eccome.

Ogni anno, da piccini, eravamo costretti a recarci dai nonni, con i genitori e con i familiari più stretti, dopo la visita al cimitero che già di suo era un tripudio di gaudio e di spasso, per dei bambini. A cena terminata, una volta sparecchiata tavola, si dava inizio, appunto, alla festa.

Da non stare nella pelle per la gioia!

Nella grande cucina della casa in campagna ciascuno si prendeva una sedia.

Non per sedersi però, come ci si aspetterebbe secondo l’uso che di consueto è chiamata a svolgere una sedia.

Essa veniva accostata alle gambe, con lo schienale di fronte. Con la mano sinistra lo si sollevava e dall’esterno lo si portava al petto. In questo modo il piano della seduta risultava reclinato e vi si appoggiava sopra un ginocchio. Di solito il destro.

Si restava in piedi, e la sedia fungeva da inginocchiatoio provvisorio. La mano libera reggeva una corona del rosario.

Il nonno lo “menava”. Ovvero… conduceva la preghiera collettiva.

Cinquanta lunghe, interminabili, eterne Ave Maria, oltre Pater et Gloria, giaculatorie, Salve Regina e la solfa delle litanie finali, più il De profundis. Quest’ultime in latino, con l’ora pro nobis quale godevole nenia dal potere soporoso degno di un narcotico.

Di tanto in tanto, a turno, uno degli zii celibi ci faceva di nascosto delle smorfie. Il nonno li redarguiva con occhiatacce fulminanti: non fosse mai che la gran bella festa finisse rovinata per colpa di quei bontemponi!

A chiusura della serata c’erano le caldarroste: immagino fossero il premio di consolazione per noialtri, perché la festa vera e propria era per i morti e per i santi.

Il nonno le cuoceva nella padella di rame bucata, dal manico lunghissimo, in cortile, sopra un fuoco scoppiettante, e a me –piccino – quelle fiamme affascinavano tanto.

Chissà… un presagio, a pensarci con il senno di poi!