Ignorante con Stile
Ironia: vaccino senza controindicazioni

Un inizio di settimana insolito


Stamattina al lavoro mi è accaduta un’esperienza inconsueta. Per una serie di cause ho accompagnato dei ragazzi in visita nel castello dove lavoro: mansione che non mi capitava di svolgere da parecchio tempo.

Erano due classi di una scuola media di un paese vicino alla mia città. Dovevo seguire una prima tornata per circa un’ora e mezza, dalle 9:30 in avanti, e una seconda, della medesima durata, dopo un breve intervallo.

Più o meno all’Angelus avrebbero preso gli scuolabus per rincasare.

Le visite guidate sono un terno al lotto: se ti capita un accompagnatore inidoneo il risultato può essere catastrofico.

L’uditorio s’annoia; il mormorio sale in un crescendo rossiniano; il ricordo negativo segna l’esperienza culturale provocando, in seguito, un rigetto verso qualsivoglia proposta di percorso museale.

Lo capisco appieno perché per primo ho sperimentato l’ebrezza di guide monotone che parlano con lo stesso timbro di voce, narrano vicende o nozioni come nastri registrati, e magari si sentono pure dei padreterni nonostante la plateale imperizia.

Uno stillicidio, talvolta aggravato dall’esborso di un biglietto. Riescono a produrre lo stesso effetto della tortura descritta a metà Quattrocento da Ippolito de’ Marsili: un continuo gocciolio d’acqua che cadendo sulla fronte molto presto ti farà sbarellare!

Non essendo il mio mestiere, temevo di finire annoverato tra i carnefici delle visite guidate, così ho proposto loro di scegliere tra una descrizione del luogo “vecchia scuola”, con la storia sciorinata in maniera annalistica, o “l’improvvisazione” su come si vivesse in un castello dal medioevo in avanti. Entrambe le classi hanno optato per la seconda. Chiamali fessi!

Come era affascinante vivere nei secoli passati

Un mito piuttosto diffuso, veicolato da pellicole cinematografiche, cartoon e racconti fiabeschi. Smontato per l’occasione.

Da adesso in avanti queste giovani menti forse osserveranno con occhi diversi la dentatura smagliante e splendente degli eroi medievali nei film: all’epoca niente cure dentali antitartaro o protesi fisse d’impeccabile armonia.

E pure le pelli diafane e linde sono da rimettere in discussione, alla luce della rarità con cui ci si lavava.

Anche il fossato dinnanzi al castello non accoglieva acque cristalline con voraci coccodrilli ma le ben più prosaiche deiezioni umane gettate fuori dai cunicoli di sfogo, mostrati – sebbene oggi tamponati -, agli sguardi increduli dei pargoli.

E, a giudicare dalle loro facce, sono rimasti parecchio colpiti osservando un grosso anello in ferro, murato in una bassa stanza su una torre: vi legavano, prigionieri, decine di reclusi, in una cella bassa priva di alcun servizio igienico e pure dell’acqua, servita dai secchi di quando in quando, insieme a pane nero. Paglia in terra come unico giaciglio, nel caldo torrido dell’estate o al gelo intenso dell’inverno.

Sorte a cui dovettero sottostare donne incinte, anziani e bambini soltanto perché di religione valdese, sul finire del XVII secolo. Centinaia e centinaia i decessi. Già.

Eppure l’inclinazione a guardare al passato come età dell’oro è di molti di noi, senza renderci conto quanto siano cambiati i contesti, nonché il progresso recente.

Nostalgia canaglia

Non occorre andare troppo a ritroso – chessò -, ai fasti della Roma imperiale, ai silenti monasteri medievali, ai dorati saloni roccocò, perché parecchi si accontentano dell’epopea fascista, convinti che “quando c’era LVI si stava meglio“, senza valutare cosa ci saremmo persi della contemporaneità. Altri, meno pretenziosi, si fanno bastare la propria epoca d’infanzia: è usata come metro di paragone per demolire quanto succede oggidì.

Ai miei tempi…” – pronunciato con sofferto trasporto – quando scendeva la neve, al mattino le strade erano già sgombre – senza specificare se la levassero gli angeli, di notte, o i folletti giunti dal bosco -; i vigili conoscevano chiunque e prima di multarti ti rassicuravano con benevolenza; i politici erano uomini tutti d’un pezzo; i treni arrivavano puntuali… e via discorrendo, fino ad evocare la lira!

La lira: si coltivava nell’orto e produceva a iosa, anche in vaso sul terrazzo per chi abitava in città.

Ce n’era in abbondanza e con poco ti compravi ciò che volevi.

La curiosità come via di salvezza

Galvanizzati, quasi esagitati, gli studenti cercavano stimoli, e m’è bastato accennare loro della sciabola del generale Bava Beccaris che subito hanno preteso di vederla. Così sono finiti nel mio ufficio in archivio storico, luogo di norma inaccessibile ai mortali.

Lì è accaduto il sorprendente

Nel senso che il loro fervore m’ha contagiato, ed è stato davvero splendido.

Mi son ritrovato più “gägno” – ragazzino – di loro.

Uno particolarmente sveglio e curioso ha notato la penna d’oca infilata nel portamatite: l’ha presa e m’ha chiesto a cosa servisse. Così, d’impeto, dopo aver spiegato come la si prepara per farne un calamo, l’ho intinta nell’inchiostro, e ho improvvisato una dimostrazione di calligrafia.

Poi ho preso un registro del Cinquecento e ho mostrato loro come si scriveva un tempo, con tentativi collettivi di lettura.

Era quasi commovente constatare la curiosità dei presenti, tanto che di lì a poco ho fatto passare di mano in mano dei “binocoli” contenenti degli stereogrammi: le fotografie su vetro, retroilluminate se dirette verso una fonte luminosa come la finestra del mio ufficio, osservate con entrambi gli occhi apparivano tridimensionali, come il 3D odierno, ma di oltre un secolo fa.

curiosità

Ecco, ne ho scritto stasera per un unico motivo.

Perché mi permetto un flebile consiglio: riscopriamo il piacere di essere curiosi.

Come si faccia ce lo insegnano i ragazzi che, di solito, diamo per scontato siano assuefatti alle nuove tecnologie, mentre invece basta pochissimo per sollecitarli in ambiti del tutto differenti.

Una curiosità come la loro: senza preconcetti, genuina, esigente, bramosa di essere saziata.

A parer mio è una via di salvezza contro quanto di preconcetto e di preparato ci propina troppo spesso la nostra società, un po’ ovunque.

Tornare ragazzi, di tanto in tanto, fa bene, molto più di quel che sembra.

Sul serio.

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